martedì 30 settembre 2014

Sessantadue.

La mia boa dei 500 metri si chiama Sessantadue, perchè sopra c'è scritto "62", e abita un po' dopo gli scogli. Tu arrivi alla Sessantadue - magari, saluti - e lei sta zitta. Non è che è scortese: è il suo modo di fare. Se hai piacere, ti ormeggi alla Sessantadue, però circospetto, chè non si potrebbe. Ti guardi intorno per decidere e tutto è a posto, nel tuo regno: lato culo c'è la costa, di fronte si va al largo, a sinistra tutta costa con un grattacielo laggiù laggiù e a destra, lontano, tutta costa e un ruotone panoramico.
Quindi, decidi: si torna indietro, che si sta ingrossando o il vento rinforza troppo, o si parte e si arriva dove le braccia e i coglioni permettono.
Di coglioni, se ne deve usare il giusto: abbastanza da uscire e affrontare una cosa che rispetto a te è enorme, potentissima e immortale ma non troppi coglioni da diventare tutto un enorme coglione e sottovalutare una cosa che rispetto a te è enorme, potentissima e immortale.
Sessantadue ti saluta mentre parti e ti accoglie mentre torni.

Sessantadue va in letargo, in inverno. La tirano su e la mettono a dormire nel campo delle bocce.

Ieri l'ho vista lì ferma, stesa su un fianco.
"Non è la stessa cosa, là fuori, senza di te, sai?", volevo dirle.

Poi - com'è, come non è - son stato zitto, non l'ho svegliata.
Che è tutta l'estate, che balla.

domenica 31 agosto 2014

'sta stordita.

Come sarebbe, che non m'ami più?! M'amavi?!
A saperlo, un cincinino - forse - t'avrei riamata.
E che cazzo, dille le robe, però!

venerdì 11 luglio 2014

Noi ci amiamo da far schifo.

Noi ci amiamo da far schifo. Ci finiamo le frasi a vicenda, e l'altro non si incazza perchè non è prevaricazione ma profonda comprensione. Anzi, ne è fiero!, l'allocco. Ci parliamo forte perchè sono anni che ci amiamo da far schifo, eppure ci sembra strano che una persona così bella ci sia così vicina, e così urliamo anche a mezzo metro, e siamo contenti; la gente - si sa - la gente "Litigano", dice, poi si rende conto anche la gente e dice "Non litigano. Solo, si aman da far schifo".
Siamo anche andati da dottori, "Dev'essere simbiotico, dev'esser dipendenza! Ci salvi lei, che non stiam bene, a quanto pare" ma i dottori - misura e scruta, analizza e ascolta, si sono arresi a dire "Ci rincresce ma state bene, tutti e due parecchio in piano: solo è che vi amate, vi amate da far schifo".
Non c'è mezzo di avere una crisi matrimoniale, di variare un po' il finale, di far sempre casualmente tardi in palestra, di stancarsi della solita minestra: è una cosa che non ci sono periodi di serenità intervallati, viaggiam sempre felici. Felici da far schifo.
Beati voi, con gli alti e bassi, le dimenticanze e i ripassi: a noi tocca invece star qua, felici, amati e corrisposti.
Perchè ci amiamo, ci amiamo da far schifo.

domenica 29 giugno 2014

Fratelli.

Babbo,
quello rosso non lo mangiare.
E' l'orsetto gommoso perfetto:
prima, voglio farlo vedere a Lui.

Babbo,
delle volte lo menerei. Spesso.
Dei pugni in testa, proprio.
"Ah, ma c'hai il gesso! Che stiiile!"

"Ti imbocco?"

mercoledì 4 giugno 2014

A perdita d'occhio.

Mi sono perso. E' proprio campagna, non è neanche una zona industriale. Case rade e basse, qualcuna con l'intonaco nuovo ma gli infissi in alluminio a tradire la loro data nascita, qualcuna riadattata a villetta ma senza cancellata. I cani mi corrono di fianco alla macchina finchè recinti o lunghissime catene collegate a fili sospesi glielo consentono.
Sembra impossibile che a qualche via da qui venga al mare mezza Europa, si parlino tutte quelle lingue, ci siano indigeni colmi di spirito guascone e festaiolo. Che si trombi, al limite., penso.
E' ora di cena, non c'è nessuno in giro.
Poi lo vedo, che manovra con una zappa o un rastrello - vedo solo il manico di legno - nel campo di fianco a una casa. Ha i capelli bianchi, la faccia ubriaca di sole e ottant'anni o giù di lì.
- Mi scusi! - esordisco.
Fa segno che non sente. Mi squadra un attimo e poi si avvicina.
- Mi scusi - ripeto - questa è via Apollonia?
- No. Te chi cerchi?
- Un mosconaro, abita in via Apollonia.
- ...un?
- Uno bravo con le barche, uno che ripara gli scafi, cose così...
- No. - dice, appoggiando il gomito al manico di legno. Poi, con l'altro braccio, descrive un semicerchio fino a portare la mano aperta più in alto della sua testa, palmo verso l'alto, a indicare tutta la via - Qui, tutti musicisti.

sabato 10 maggio 2014

Un giorno.

Hai visto Mozzicone? Mozzicone, gli puoi offrire tutte le sigarette che hai, però lui continuerà sempre a raccogliere le cicche dalle aiuole. Ha anche pisciato dietro il siepone del parchetto, oggi, ma cosa gli vuoi dire? Delle volte, quando legge il giornale dove ha preso qualcosa gratis, al bar, sta così attaccato che sembra sia svenuto.
Non è in piano per niente, Mozzicone.
Comunque non gli ho detto niente, che non se ne è accorto quasi nessuno. Anzi! Il Piccolo dice che il suo amico col nome russo gli ha insegnato un nuovo modo di andare in altalena, e così la aggroviglia tutta, ci si stende e gira finchè non va via tutto storto e invornito.
Anche Sempreverde barcolla. Sempreverde dura poco, non c'è verso che smetta di bere. Ti ricordi quando era così ubriaco che si è messo in mezzo alla strada e ha fermato quella colonna di pullman di quelli di Rinnovamento dello Spirito, e non c'era modo di farlo spostare? Pareva la versione alcolizzata del cinese coi carrarmati, in piazza Tienanmen. Ha anche spostato un tergicristallo, per fare meglio "ciao ciao" con la mano all'autista, ti ricordi?
Il Grande inizia a guardare le ragazzine in modo diverso. Patirà parecchio, e nessuno ci può fare niente, ma questa cosa gli darà anche parecchie soddisfazioni. Ci siamo passati tutti, ce la farà anche lui, che è già meglio della maggior parte di noi.
Il Vespista si è fermato e mi ha parlato di Maui, che lui ci è andato e un po' ci è rimasto, anche se è dovuto tornare.
Dice il Barbiere che è tornato il caldo, quindi mi ha avvisato che considera riaperta la stagione delle nostre battaglie con gli spruzzini, anche se è appena uscito dall'influenza. Quei ragazzi, insomma, mi sembra che se la cavino, tra tutti. In generale, c'è gente che sta morendo ma rassicura tutti che non è poi un gran problema, poi ho sentito uno che sta perdendo il lavoro che consolava quelli preoccupati per lui, che poi si vede che ha un po' paura, però fa finta di no.
Adesso, le nuvole han preso del rosa, devo andare. Andiamo avanti così, mettiamo un piede davanti all'altro con la tristezza in fondo a ogni risata, però i giorni in cui il peso della mediocrità si fa sentire un po' troppo, c'è sempre qualcuno che ti chiama per nome e, delle volte, ti offre un caffè.
Te, mi dispiace che sei già morto, però volevo dirti come butta qui, e che è passato un altro giorno.

sabato 12 aprile 2014

Vado a Milano.

Vado a Milano. Io, tutte le volte che vado a Milano - che, finora, non son mica tante - mi ricordo che Milano era un viaggione, fino a pochi decenni fa, che al massimo la andavi a vedere in viaggio di nozze. Ma se proprio eri uno a cui piacevano le destinazioni esotiche, se no - normalmente - arrivavi tipo fino a Faenza, Ravenna, Bologna - al massimo - se volevi fare lo sborone.
Milano, noi di mare abbiamo iniziato a andarci verso la fine degli anni '50, primi '60, perchè da noi stava partendo il turismo grosso e a Milano c'era la Fiera Campionaria delle Attrezzature Alberghiere.
Poi sui giornaloni di Milano uscivano questi articoli un po' scherzosi, che raccontavano della città invasa da questa umanità un po' particolare, un po' agreste.
Me ne ricordo uno, che ha portato a casa mio zio una volta, un articolo che raccontava con quel tono di scherno bonario dei forestieri che avevano raggiunto la Fiera Campionaria delle Attrezzature Alberghiere.
C'era anche una foto in bianco e nero, che diventava quasi seppiata, su quella carta: ritraeva un signore sorridente e tondotto, seduto su un muretto - con le gambe stese - le scarpe appoggiate lì di fianco, vicino a un paio di bicchieri di vino. In mano, tipo una coscia di pollo.
Una donna riccioluta, seduta a fianco a lui, gli stava porgendo dei tegami e rideva.
Ecco, quelli lì nella foto, erano i miei nonni.

giovedì 3 aprile 2014

Stasera faremo l'apericena nell'Ade!

Il carro di Apollo aveva quasi già compiuto metà del suo giro quotidiano, quando Caronda di Alicarnasso arrivò di corsa e chiese l'attenzione del generale Zeuleco. Questi stava sognando la natìa Attica e - contestualmente - cercava di liberarsi della polvere che, unita al sole che frustava quel torrido altopiano, spaccava le dita dei piedi.
Ne uccidevan di più le infezioni delle spade, all'epoca.
Caronda si fermò e posò i palmi sulle ginocchia, cercando di riprendere fiato.
"Che c'è, mia valente vedetta?" - chiese Zeuleco.
Caronda di Alicarnasso sentì il sapore salato della goccia di sudore che si era fatta strada tra tempia ed elmo e si limitò a indicare verso l'orizzonte. Il generale Zeuleco terminò di allacciarsi i sandali, si alzò aggiustando il mantello e scrutò nella direzione indicata.
"Dei del Cielo!" - pensò.
Come onde che si increspano al largo, lampi di luce balenavano sempre più fitti. Sole che si rifletteva su elmi e spade, senza dubbio. Nubi di polvere ancora quasi indistinguibili dal panorama. Alzati da carri da guerra e addetti al trasporto delle masserizie, diceva al generale la sua stessa esperienza.

"Riunite tutti, subito." - ordinò Zeuleco, calzando l'elmo da generale e raccogliendo lo scudo.

"FIGLI MIEI! - urlò il generale alle sue truppe riunite - SIAMO CHIAMATI, ANCORA UNA VOLTA...", quindi si interruppe. "Scusate la richiesta, piuttosto irrituale - proseguì - ma qualcuno ha idea di chi siano questi qui che stanno arrivando di gran carriera, armati fino ai denti?"
"...Persiani?" - disse una voce persa tra le truppe, dopo qualche attimo.
"Naaa. Vedi addominali scolpiti, tra le nostre truppe? Hai recentemente calciato qualcuno in fondo a un pozzo?" - rispose un'altra voce.
"...Ittiti?" - si teorizzò.
"Mh, penso di no. Gli Ittiti non attaccano mai all'ora dell'aperitivo pre-pranzo. E' così che hanno perso l'uso delle altre vocali." - disse, tra le fila, una voce.
"...Assiri?" - ipotizzò qualcuno.
"Naaa. Gli Assiri non si muovono se non hanno con sè i Babilonesi. E i Babilonesi ci mettono un sacco, a scendere dai giardini pensili. Attaccano verso sera fisso, non c'è mezzo di iniziare una battaglia a un'ora decente, con gli Assiro - Babilonesi..." rispose qualcun altro.

Il generale Zeuleco ristette qualche attimo, quindi parve come illuminato da una nuova e terribile consapevolezza.
"Ragazzi - disse - adesso ditemi la verità, prometto che non mi incazzo. Non è che qualcuno ha scritto qualcosa su internet contro Beppe Grillo?!"

giovedì 27 febbraio 2014

Mephisto, abbiamo un problema.

Quando le maestranze devono bussare alla porta della dirigenza, c'è sempre un attimo di imbarazzo. Così Arupantar, diavolo di rango inferiore, si concesse il tempo di fare un profondo respiro, smise di arricciarsi nervosamente la coda e si specchiò in una pozzanghera di lava, a controllare che le corna splendessero, come da codice di condotta aziendale infernale.
Appoggiò il forcone di fianco al portale nero e bussò.

"Un attimo, che mi rimetto le mutande - si sentì tuonare dall'interno - Ecco, avanti."

"Mephisto, abbiamo un problema."
"...del tipo?" - chiese l'enorme caprone cornuto che sedeva alla scrivania dirigenziale.
"Nel mio reparto, tecnicamente va tutto bene: supplizi infiniti alle anime dannate, torture indicibili e cazzi mazzi vari, però c'ho giù quest'anima che mi guasta tutta la poesia dell'Eterna Sofferenza..."
"Perché, mio buon (senza offesa) Arupantar?"
"Urla."
"...e allora? E' quello che deve fare qui, che fanno tutti, urlare e disperarsi."
"Il problema è che lei urla e gli altri dannati stanno subito meglio. Poco, ma meglio."
"Dannazione. E di chi è, l'anima urlatrice, come si chiamava quand'era ancora nella Valle di Lacrime?"
"Janis Joplin."
"Capisco. Mi faccia fare una telefonata, si accomodi fuori."

Seduto fuori, il diavolo di rango inferiore Arupantar vide tremare per qualche secondo le fondamenta stesse dell'Inferno.

"Arupantar! Venga, si accomodi."
"Eccomi!"
"Bene. Cioè, volevo dire, 'meno male', ecco. Insomma, ci siamo capiti. Allora, ho telefonato a Dio."
"Quel Dio?!"
"Ne conosce altri?"
"Sì, almeno una cinquantina. Tipo Shiva, il Dio Denaro, il Dio delle Città dei Pooh, Anubi..."
"Ho capito - interruppe Mephisto - Del resto, lei lavora qui, è giusto. Comunque, quel Dio, sì, quello col vestaglione, sandali, barba e il triangolone sulla testa."
"Ah. E allora?"
"Allora, m'ha detto che ha un problema speculare al nostro."
"...tipo?"
"C'ha su l'anima di Madre Teresa di Calcutta che discetta continuamente ed eternamente di morale e santità con l'anima di Giovanni XXIII, o con quelle di Gandhi o Mandela..."
"Due coglioni!" sbottò Arupantar, diavolo di rango inferiore.
"Appunto. Roba da fare venire l'orchite anche agli amanti dei film francesi. Le anime di fianco a loro, sono meno eternamente felici, quindi. Quindi..."
"Quindi?"
"Quindi il Gran Vestaglione ed io abbiamo deciso che, dopo migliaia di anni, urge un restyling del brand."
"Che, detto in maniera meno infernale, significa?"
"D'ora in poi il Paradiso si chiamerà 'Paraderno' e l'Inferno, qui, si chiamerà 'Infradiso'."
"Ecco perché son tremate le fondamenta. Bello, 'Infradiso'!, ricorda 'Infradito'."
"Sì, e non è un caso: abbiamo piedi caprini, noi, qui."
"Diabolico! Posso andare?"
"Sì. Ah! Arupantar, un'ultima cosa..."
"Mi dica."
"A questo punto, dia un microfono all'anima di Janis Joplin. Già che ci siamo, trovate una batteria all'anima di John Bonham, un basso a quella di John Entwistle e un paio di chitarre alle anime di Hendrix e Cobain. E chiedete alle anime di Morrison e Lennon se hanno voglia di fare le coriste."

Arupantar, diavolo di rango inferiore, tacque qualche secondo.
Poi, "Bella storia, capo." - disse, e se ne andò.

lunedì 13 gennaio 2014

Margherita

Margherita che nasce,
che piange, che poppa, che poi trova pace

Margherita testa grossa,
 arti corti, parte in cammino verso la fossa

Margherita che legge,
che scrive, che affronta il rosso di chi corregge

Margherita ascolta,
il petto fa male, la stessa canzone ancora una volta

Margherita che suona,
che urla e protesta, Margherita - dicono - è assai bòna

Margherita viaggia,
cerca un posto nel mondo, poi lo trova su una spiaggia

Margherita che figlia,
"Ti ricordi di Margherita? Sai, ha messo su famiglia."

Margherita tiene botta,
che capisce che è quella quotidiana, la vera lotta

Margherita che scusa,
che sbaglia e perdona, che spesso fa anche l'uomo di casa

Margherita, son tanti,
tra vecchi, figli, nipoti, bestie e anche un paio di amanti

Margherita paziente,
i figli ai nipoti "nonna non sembra mia mamma per niente"

Margherita che cura,
"Già hai insegnato a vivere: insegnargli a morire, non c'è premura."

Margherita la paziente,
vuole un velo di trucco, che "mi vede, la gente"

Margherita che muore,
i figli coi nasi premuti al cuscino, aver memoria del suo odore

Margherita è finita,
"come una pizza saporita" dice la piccola di casa, riportandola un po' in vita.

venerdì 13 dicembre 2013

Fui vitellone

Io ho sempre studiato, lavorato, scritto e pensato meglio di notte. Quando lavoravo in azienda, i colleghi lo sapevano e quindi fino alle 11 non mi parlavano molto: mi mandavano delle mail. Una volta, anni prima - avrò avuto 25 o 26 anni - lavoravo in un albergo di Divertimentificio, qui.
Barista e cameriere fino a mezzanotte e poi portiere di notte. Prima avevo lavorato anni in discoteca, ma poi ho smesso perché iniziavo a non tenere la botta fisicamente e poi mi ero fatto la morosa fissa e non riuscivo a conciliare le cose.
Fare la stagione in riviera e avere la morosa è un po' come andare al ristorante col panino, pure se non fai il barista in discoteca ma il portiere di notte, però fino a quella volta avevo sempre fatto il bravo.
Quella notte di fine agosto, verso le 6 o poco dopo, mi passa fuori dall'albergo, dall'altra parte del lungomare,  'sta tipa - da sola - che butta l'occhio dentro.
Io - di mio - sono astigmatico e quando c'è quella mezza luce ci vedo poco, inoltre stavo lavorando da mesi per 12 ore al giorno e, durante quello specifico turno, ero lì da 11 ore o poco più, però rimango sempre maschio romagnolo di serie, per cui ho valutato la femmina sconosciuta in una frazione di secondo.
Più o meno, il dialogo interiore è stato il seguente (può sembrare lungo da fare in una frazione di secondo, però chiunque di voi sia nato attaccato a un pistolino, sa che è possibile farlo).

Chi è? Boh, buio, non conosco. Guarda che passo, che andatura. Bòna. Sta guardando dentro. Per forza, dentro c'è luce. No, no, guarda me, mi sembra. Mi piace la sua forma. S'è fermata. Attraversa? Attraversa.
Esco, ci provo. C'ho anche la morosa: son anche una bella merda.

Magari vuole solo indicazioni. Non ci provo, dài. S'avvicina.
Uh, Scosta i capelli! Guarda che collo.
Troppo tardi, son fottuto.
Ci provo.
Sicuro,
poi.

La sconosciuta solitaria arriva alla siepe bassa dell'albergo, s'avvicina al cancelletto, sorride e mi dice "Ciao, come va?". Era la mia morosa, quella che poi avrei sposato.

giovedì 31 ottobre 2013

Che cazzo gli vuoi dire.

Fa mare. Grosso. Vado a prendere il barbiere e vedo se mi accompagna a prendere un caffé - penso, raggiugendo il parchetto sul lungomare - però prima mi fermo a vedere se ho ormeggiato bene, se il moscone è ancora lì. Però non lo vedo, ci sono le dune grosse che buttano su in inverno per salvare la spiaggia, bisogna che salga sul muretto vicino alle panchine.
Così li vedo arrivare, lenti e curvi. Anch'io vado via curvo, però poco. Infatti a me è morta poca gente, invece loro sono vecchi, a loro ne è morta tanta, e sulle loro spalle ci sono molti più ricordi da portare.
Un vento spione mi porta i loro discorsi mentre sto in piedi sul muretto e loro s'impanchinano, e viene fuori che uno dei due sta diventando cieco, velocemente, che i medici gli han detto che ormai non si può fare niente, e se ne sta lamentando con l'amico.
Che cazzo gli dici, a un amico che ti racconta quasi commuovendosi una cosa così? Cosa gli direi, io? - penso - Tutte cose che rassicurano me che rispondo, probabilmente. Che non si butti giù, che non faccia così, che la medicina - oggi - non si sa mai! Oppure che potrà ricordare, che ha avuto ottant'anni per riempirsi gli occhi del vestito d'argento dei pesci, del bianco delle onde che sorridono increspandosi al largo, delle bandiere rosse che crollano dopo il vento da nord - est, e tutti a correre perché vuol dire che tra poco arriva burrasca grossa. Tutte cazzate che servirebbero solo a me che rispondo, insomma, e che potrebbero pure peggiorare l'umore del mio amico.
Il moscone è ancora lì.
L'altro, il vecchio che ascoltava in silenzio, "Stai tranquillo - gli ha detto - Occhio non vede, cuore non duole."

martedì 2 luglio 2013

Amico Pescio

Stavo lì e remavo,
non lo so mica, se
contro o a favore.

S'affaccia, mi guarda,
"Psss! Vuoi saperlo,
un segreto del mare?"

Penso Cazzo, ma parla!,
poi Tanto son solo.
"Dimmi, amico pescio."

"Noi, son secoli
che si sa camminare,
ma vi si vuol evitare."

mercoledì 15 maggio 2013

Salsedine della mia salsedine.

Ho comprato un vecchio moscone ma non posso seppellire nella sabbia il peso col gancio che mi serve per mettere la doppia fune della boa. C'è alta marea.
Ho il moscone a riva e vado a chiedere a quelli della spiaggia se va bene se lo lascio lì e poi domattina alle sei, con la bassa, vado a seppellire un peso.
Mi dicono No, la bassa marea torna la settimana prossima, è inutile.
Penso Come cazzo faccio, pesa un totale, tra un'ora e mezza devo andare a prendere il piccolo a scuola e sto per chiedere di aiutarmi a tirarlo su un altro po' quando uno mi dice Ah, ma là da qualche parte, una volta, c'era già una boa. Adesso non c'è più ma ci deve essere ancora il peso e una fune sul fondo. L'usava Bertozzi, ma non l'aveva messa giù lui. E poi comunque Bertozzi è morto da tanti anni, e poi l'usava lui perché quello che l'aveva messa giù era già morto da tanti anni già quella volta.
Guardo il tipo e gli dico C'è già un peso seppellito nella sabbia, con la fune attaccata? Dove? e lui risponde Boh. A metà tra scogli e spiaggia, forse più in là. Verso la fine della scogliera, forse un po' prima.
Mi tolgo la maglietta. Grazie, vado a cercarla.
Il tipo ride e dice Ah, ma adesso non la trovi sicuro! E' nuvolo e il mare è mosso, l'acqua è torbida!
Io parto di buona lena. Ci provo, grazie! e così mi trovo con l'acqua fino alla vita a guardare le nuvole di sabbia che mi nascondono le dita dei piedi ad ogni passo. Ogni tanto fa capolino un po' di sole, mentre continuo a vagare nell'acqua muovendo col piede ogni macchia scura sul fondo, di quelle che di solito sto attento e cerco di evitare.
Penso cose stupide e me ne vergogno un po'. Del resto, sto facendo una cosa stupida, per cui va bene. Ma quando la trovo. Mezzo metro e non si vede niente. E poi, che diritto ho, di trovarla. Questo è il posto di Bertozzi, mica il mio. Bertozzi, ascolta: lo so che è posto tuo, ma sei morto, amavi il mare e nel punto che sto cercando io ci mettevi il moscone anche te. Me lo potresti anche far trovare.
Niente, cammino da cinque minuti nell'acqua mentre mi indicano anche i tedeschi dalla spiaggia.
Bertozzi, non la trovo. C'è qui la tua fune da qualche parte ma non la trovo. Mi dispiace che mi ci voglio mettere io e che te sei morto, però hai fatto uguale te. Mica l'avevi messa giù te, me l'han detto. Ti sei messo col tuo moscone nel posto di uno che amava il mare come noi, che anche lui era già morto. Potresti anche farm...
Davanti a me, sul fondo, c'è una roba. La pesto col piede, è dura. Sono funi su funi, legate tra loro e fissate sul fondo. Grazie, Bertozzi, sei un grande!
Mi guardo intorno, conto gli scogli. Conto i passi fino agli scogli. Conto i supporti ancora orfani di ombrellone, che presto saranno adottati.
Torno su di corsa e dico ai tipi della spiaggia L'ho trovata. e loro mi rispondono Pensa te!
Corro a casa, rimedio una maschera, prendo la boa e la fune. Torno a spiaggia. Ho i calzoni lunghi tutti bagnati, una boa, una fune e una maschera da bambino. I tedeschi ridono.
Mi immergo, la fune è forte e fissata bene. Grande Bertozzi e signore morto!, penso mentre sto in apnea.
Metto la mia boa e la mia doppia fune, ormeggio il moscone, corro a mettermi due panni asciutti e vado a prendere il piccolo a scuola appena in tempo.
Senti, c'è una sorpresa, ho messo giù il moscone. Però non ho fatto in tempo a cucinare, per cui direi panini e ce li andiamo a mangiare sul moscone quand'è tornato tuo fratello.
Torna anche il grande e Che sorpresa! Sì, andiamo! Come hai fatto?, mentre godo del fatto che non esistono cartoni animati e videogiochi che li possano attirare in questo momento.
Ah, c'eran già un peso e una fune, di un tal Bertozzi morto da anni che a sua volta si era attaccato dove il lavoro l'aveva fatto già un'altra persona morta da anni già quella volta, così mi hanno detto che lo potevo usare e adesso ci siamo noi.
E poi remare, e panini, e il grande che rema già come un uomo mentre il piccolo spinge forte contro i remi che sono sopra la sua testa, e ridono, e E' bellissimo babbo, peccato che non c'è la mamma. , anche se è freddo. Ci sarà presto! e torniamo a casa dopo due ore così intrisi di mare che ancora il gatto ci lecca.
Grazie Bertozzi, grazie signore morto ancora prima di Bertozzi! , penso.

Ma il moscone l'hai già messo giù? mi chiede un vecchio vicino di casa vedendomi rincasare coi remi in spalla.
Sì, dovevo pur fare quel lavoro, poi però ho trovato da ormeggiare già pronto o quasi. Dove metteva il moscone Bertozzi.
Mi risponde Ah, sì! E' giusto!
Dico Dài, secondo me, sì.
Annuisce Sì, sì, è giusto! del resto, Bertozzi aveva ormeggiato il moscone al peso e alla fune che aveva messo giù tuo nonno.


venerdì 29 marzo 2013

Il Cliente.

- Il Cliente ha sempre ragione! - disse, risoluto.
- Mi scusi, ma come fa a esserne così sicuro? I clienti sono esseri umani: non hanno sempre ragione. - oh, se c'è uno, deve sempre dire la sua.
- Sarò più specifico: i miei clienti hanno sempre ragione. - puntualizzò, orgoglioso.
- Mi sembra molto sicuro di sé. Lei cosa vende? - chiese, stupito.
- Ragione. - specificò, ri-risoluto.
- Ah! In questo caso, lei ha ragione da vendere. - concluse.
- Ha ragione anche lei, ora.
- Quanto le devo?
- Offro io.

Il neo-cliente si diresse verso l'uscita e aprì la porta ma, sulla soglia, si voltò per togliersi un ultimo dubbio.

- Mi permetta, ma dove trova tutta questa ragione, in questo paese, in questo momento storico?
- La importo dall'estero.
- Capisco.

giovedì 21 marzo 2013

Scrittura e insulti.

Ieri, fumando sul terrazzo, pensavo alla Scrittura, e chi pensa "che due coglioni" e smette di leggere qui, fa bene e io lo stimo lo stesso. Scrivendo di scrittura, ti trovi a fare Metascrittura, e tocca pensare che a un certo punto magari ti devi pur chiedere "aspetta, com'è che si usano le lineette in un dialogo?" o "come descrive la stanza o i personaggi, questo qui?" e chi smette di leggere qui fa bene lo stesso, perché l'orchite quando ancora uno ha l'età per leggere le cose scritte piccole su internet, anche no. Mi sono fermato, sul terrazzo, e mi sono chiesto se lo volevo fare davvero, se la Metascrittura non mi avrebbe poi rovinato il gusto di avere la visione generale, senza stare a smontare i meccanismi col rischio di non godersela più né in scrittura né in lettura, e chi smette di leggere qui, ha delle ragioni sacrosante e io gli vorrei dire "Tu vai bene così come sei" e dargli un'ideale pacca sulla spalla. Però poi, scrivendo sullo scrivere di Scrittura, magari ho fatto il salto alla Metametascrittura, per cui - a pensarci bene - ma vaffanculo.

venerdì 22 febbraio 2013

Sotto Zero

Io, son solo due o tre mesi che lavoro qui, all'Istituto Ibernazione Criogenica Umana. Faccio il custode notturno; passo ore a passeggiare tra le Capsule che sembrano enormi vibratori e a combattere il sonno che ti mette il fruscio elettrostatico. Allora, per restare sveglio, mi son messo a leggere le targhette applicate alle capsule. La maggior parte sono riferite a malattie: "Svegliare quando si sarà trovata una cura per questo o quello". Però ogni tanto, tra le centinaia,se ne può trovare qualcuna differente. Tipo la targhetta della 6-N3, "Svegliare quando Shakira e Piqué si saranno lasciati.", o la 3-C9, la 12-W6, la 2-F4 e altre decine: "Svegliare al decesso di Berlusconi."
La mia preferita però è la 7-D15, che è nel capannone 7, fila D e posto 15. Attorno, i posti 14 e 16, sono vuoti. Così come i 14, 15 e 16 delle file C ed E.
La targhetta recita "Svegliare quando si saranno inventati deodoranti molto -MA MOLTO- più potenti."

mercoledì 12 dicembre 2012

Ma pensa te/2

Quando ho scoperto che Marilyn Monroe nel piede sinistro aveva sei dita.

lunedì 12 novembre 2012

martedì 23 ottobre 2012

Nel dubbio

Adesso, per esempio, ad avere il moscone che sogno, bianco e azzurro, sarebbe un attimo arrivare alla boa dei duecento metri. Mettere i remi tra forcelle e i galleggianti, cercare con la mano il viscido pezzo di corda sott’acqua (…e se una mano dal mare afferra la mia e mi tira giù?) e legarci il moscone, guardare verso riva. Guardare anche verso il largo, finché non diventa troppa la vertigine dovuta alla presenza di solo mare.
Verso la riva, quella strisciolina sulla quale si affannano tutti quelli che conosco.

Non si conta mai un cazzo, soli in mezzo al mare. E’ un attimo, perdi l’equilibrio, o sbatti, o ti tuffi (tornerò su o qualcosa sta aspettando di afferrarmi?) e il moscone legato male viene irretito dalle onde e ti abbandona.
E allora sticazzi, l’acqua è fredda, i battiti accelerati, nulla conta più. Tengo i vestiti che mi appesantiscono e mi tirano giù o cerco di toglierli con movimenti che mi fanno affondare mezzo metro, forse uno, forse quei dieci centimetri di troppo?
Penserò a qualcosa di epico, di nobilissimo o mi tornerà in mente quando nella stessa situazione ma in due, fumati come delle apparenze, facevamo finta di avere paura che arrivasse un sottomarino della Finanza e che poi quando arrivava, grigio con le strisce gialle -invece- erano i Beatles?
Quando dicevamo al rumore della boa contro il galleggiante “Senti che testate che dà Di Caprio.” E ci si interrogava “Com’è che Di Caprio, morto di freddo ma coi polmoni pieni d’aria, affonda?”

Soli in mezzo al mare, non si conta mai un cazzo. Hai sotto qualcosa di talmente grosso e da rispettare che non puoi scendere a patti, sei di fronte a te stesso.
Poi altri 50 metri, dalla boa. Poi 100. Poi ancora.
Ho il baricentro basso, remo in piedi e non perdo l’equilibrio. Reggo lo sguardo verso il largo sempre più a lungo, posso domare la vertigine ogni volta qualche secondo in più.

Oppure no, d’improvviso vince lei, e devo fare una scelta.
Voltalo, chiudi gli occhi e rema forte, cieco, riguadagna il passaggio tra scogli e torna tra quelli che stanno coi piedi sulla terra più velocemente che puoi.
O arrenditi, stenditi, fatti feto e metti più pelle che puoi sul legno che ti separa dall’acqua, col rischio -che somiglia a un desiderio- di non riuscire più a alzarti.

Nel dubbio, cullami.