mercoledì 16 maggio 2012

Lilla

Mio fratello si sposa. Delle volte lo fanno, i fratelli e beh, questa volta tocca al mio. Io sono andato a comprarmi un vestito. Lì al negozio ho incontrato per caso i miei nel senso di genitori mentre ero premeditatamente coi miei nel senso di moglie e figlio grande e abbiamo deciso che mio padre mi avrebbe accompagnato a casa mentre mia moglie, con mia madre e mio figlio (certo che ci sono un sacco di aggettivi possessivi, qui) avrebbero continuato a cercare vestiti. Il mio è di lino blu scuro. Allora ho osato la camicia violetta, per spezzare. "Che col grigio, son capaci tutti." pensavo mentre ero seduto in macchina di fianco a mio padre. La cravatta poi è un capolavoro di abbinamento, la cravatta ha note blu come il vestito e bande trasversali composte da sottili righe azzurre. Come sfondo, la cravatta
"Scusa un attimo -dice mio padre- lì, quel campo, è pieno di bombe. Ci stavano i nonni durante la guerra, in quella casa là. Hanno bombardato un sacco e molte bombe son cadute sulla terra già smossa e non son scoppiate. Una volta la nonna stava tornando a piedi con lo zio in braccio, era andata a prendere il latte dai vicini, son passati gli aerei e si è trovata con in un braccio lo zio che piangeva perché una scheggia di proiettile l'aveva preso di striscio e con l'altra mano stringeva il collo della bottiglia di latte rotta. Erano passati i caccia bombardando e sparando e lei e lo zio si erano trovati esattamente in mezzo a una sventagliata, senza venire colpiti dai proiettili."

Lilla. Come sfondo, la cravatta è lilla.

mercoledì 9 maggio 2012

Disturbo dissociativo di diecimila identità

Alle elementari, mi ricordo che ero pettinato con la riga e i capelli stirati anche se di mio sono parecchio ricciolino, avevo gli occhiali e mi chiamavano "Il dottorino", perché stavo combinato così ed ero il primo della classe, come da mandato genitoriale.
Mi stavo sul cazzo da solo.
Come libertà, mi sfogavo nei temi.
Poi la mia maestra ha convocato mia madre e le ha chiesto se per favore potevo fare qualche testo libero o componimento più serio e/o canonico.
Di lì, un fiorire di "il mio compagno di banco è simpatico e veste sportivo..." e "la mia mamma è magra e sempre elegante...".
Delle medie non ricordo nulla perché ho una psiche piuttosto funzionale, ma scrivevo quello che si aspettavano e gli andava bene.
Al liceo, qualsiasi cosa scrivessi passava in secondo piano perché portavo la camicia fuori e guardavo fisso fuori dalla finestra. In effetti, quando mi distraevo dal portare la camicia fuori e guardare fisso fuori dalla finestra, iniziavo a fare un casino che non agevolava né la tranquillità della classe né la didattica. La didattica, quella troia.
All'università, non si scriveva, si leggeva.
Mi son stagliato sul panorama letterario di internet qualche anno fa, partendo con lo scegliere, a mo’ di dichiarazione di intenti sulla mia intera produzione, un nick quasi illeggibile.
Adesso, m'han detto tipo "Vuoi scrivere qui, con questi qui?" e io ho detto "Orca boia!" e allora ecco, oh miei 5 lettori!, mi ci trovate assieme a Azael, Coqbaroque, Demerzelev, Giggi, Lowerome, Mix, Spaam, Waxen e Woland, in una rubrica che si chiama I monologhi della Latrina, che mi sembrava un titolo elegante.

Il posto si chiama Diecimila.me.

Vi prego, qualcuno lo faccia sapere alla mia maestra delle elementari.

giovedì 26 aprile 2012

Va là, tugnino

Allora, ieri era il 25 Aprile anche a Rimini, dove abbiamo una piazza che si chiama Piazza Tre Martiri.
L'anno scorso avevo avuto la botta di culo di partecipare un pochino a scrivere questo libro, e ieri  un contrabbassista , in occasione di questo e con dietro delle ragazze che poi avrebbero cantato, ha preso un microfono e ha letto quello che ho scritto l'anno scorso, non lontano dalla piazza che abbiamo noi a Rimini, quella che si chiama Piazza Tre Martiri.
Quando il contrabbassista è partito a leggere e mi son reso conto, in una frazione di secondo m'è partito un caldo dentro che s'è spalmato contro le mie pareti interne e mi sono sentito come spostato di mezzo metro indietro.
Devo anche aver spalancato gli occhi, mi sa che non ero un bello spettacolo, da vedere.
Il pezzo era questo qui


Va là, tugnino
 
Va là, tugnino. Te non ce l’hai, questa fortuna.
Te, ti tocca morire lontano da casa, che tra un po’ arrivano gli americani. Oppure ti va peggio e ti tocca vivere e ricordarti cosa ci hai fatto.
Tugnino, ma te, lo senti quest’odore? Questo è il mio mare, non è il tuo. E’ il motivo per cui sono scappato da quel treno su cui mi avevi caricato quando m’avete preso la prima volta e son comunque tornato qui a battermi; è la salsedine che a noi, qui, ci scorre nel sangue.
Non ce l’hai questa fortuna, te, tugnino.
Te per mettere i piedi nel mio mare ti devi togliere gli scarponi e per fare il bagno ti tocca appoggiare il fucile, io quelle onde le ho assaggiate che ero bambino e come ora c’erano dei gabbiani che cantavano di gioia perché li teneva su il vento.
Te li senti, tugnino? Ce la fai, a staccare le orecchie dagli ordini che ti urlano e dai rumori che ti sembrano minacciosi o non ce l’hai, ‘sta fortuna?
Io quando ho dato dei baci avevo i piedi nella sabbia ed era agosto, come ora.
Quindi appendimi in alto in alto, tugnino, che voglio arrivare a vedere il mio mare anche dalla piazza. La sabbia e il mare si mangiano anche le corazze dei granchi, e le fanno diventare sabbia e mare; succederà così anche a me.
Va là, tugnino. Te non ce l’hai, questa fortuna.





“Tugnino”, in romagnolo “tugnìn”, significa “tedesco”.

Così –il 16 agosto- morì Luigi, che era stato catturato dai nazifascisti, assieme a Mario e Adelio. Imprigionati e torturati, non rivelarono i nomi dei loro compagni. L'impalcatura della forca era ancora lì quando –il 21 settembre- la città fu liberata.
L’esecuzione dei tre partigiani fu annunciata da un manifesto firmato dal capo del fascio. Qualcuno, tempo dopo, scrisse “Tutta l'acqua passata sotto il ponte di Tiberio non basterà a lavare l'infamia.

sabato 14 aprile 2012

La Polena

Per essere un capitano, è ancora giovane, ha sete fresca di cicatrici e tesori, ma ne ha visti parecchi, di abbordaggi.
Gli altri si dividono in quelli che raccontano quanto sono cattivi, mostrando la palla di vetro che hanno sotto la benda o la gamba di sedia che hanno dal ginocchio in giù, e quelli che stanno zitti e lo vedi anche solo da come si arrotolano le maniche o camminano sul ponte, che sono cattivi.
L'acqua salmastra portata dal vento schiaffeggia tutti, democratica.
Chi ha un ferro nella pancia o un proiettile col suo nome scritto sopra già al prossimo assalto, chi verrà impiccato, chi finirà in acqua per le allucinazioni da febbre, chi avrà la fortuna di avere un pubblico sotto la forca e anche quelli che a un certo punto smetteranno di sentirsi chiamati dalle sirene e apriranno un bordello in qualche porto.
La polena è come sempre l'unica donna.
Fa quello che deve fare, guarda il mare e rompe le onde, procace.
E anche di più.
Noi non ce lo diciamo, ma ce lo vediamo negli occhi, ogni volta in quelli di chi ha fatto il turno di notte. La polena le onde le sa a memoria, e allora s'annoia e guarda il mare dentro, quello che ha sotto e quello che ha dentro chi è al timone.
E la sentiamo, di notte, come un sussurro tra le onde, un sibilo tra i rumori del legno, parole in mezzo al flautare dei bordi delle vele che scodano.
Noi non ne parliamo, non lo sappiamo se parla così tanto a tutti, noi siamo cattivi e non abbiamo paure.

"Forse hai davvero sbagliato di qualche grado. Forse ho davvero di fronte degli scogli."

"Prima o poi se ne accorgeranno, di come li guardi il mozzo mentre si lava."

"Giurerei che quella botte in cui ho sbattuto veniva da un galeone della marina militare spagnola."

"Posso vederlo anche ora che è notte. Stai pisciando sangue."

"Qui sotto ce ne sono 27, come te. I loro corpi sono ancora nello scafo poggiato sul fondo."

"Siamo in mare da tre mesi. No, lei non ti aspetterà."

La polena, ogni tanto, ride di noi con la luna.
La polena è l'unica donna, non sta mai zitta.

mercoledì 21 marzo 2012

Grézia ad tòt (Grazie di tutto)

"... e' mér... d'aquasò l'è sultènt una róiga lónga e bló."

"...il mare... da quassù è soltanto una riga lunga e blu." 
 (Tonino Guerra)


Quand cl'ho savù, cl'è mort,
am steva magnènd e spezatoin
c'u m'ha fat la mi ma.
Da par me, parché e mircli a mezdé
la mi moi e i burdél li gn'é.
"Vigliaca, sl'è saléd" a ho pansé.
Pò, am so incort ch'a pianziva te piat.

Quando l'ho saputo, che è morto,
mi stavo mangiando lo spezzatino
che mi ha fatto mia mamma.
Da solo, perché il mercoledì a pranzo
mia moglie e i bambini non ci sono.
"Osta, quant'è salato" ho pensato.
Poi, mi sono accorto che piangevo nel piatto.

domenica 4 marzo 2012

Ti voglio spudorata

Io lavoro e al piano sopra c'è questa signora che ha quasi cent'anni.
Le si blocca la caldaia, viene giù e telefoniamo assieme a chi si deve.
Deve cambiare una lampadina, vado su, piglio la scala e la cambio.
Mi dice Cosa ti devo? e io Ma si figuri e dice Ci hai messo del tempo
Hai chiuso il negozio e io Non si preoccupi, poi mi manda
gli auguri di Natale con una scrittura che capisco a Febbraio e
dopo aver chiesto anche al barbiere, secondo lui, da chi provengono.
Ogni tanto viene giù ma da lontano non mi saluta,
poi mi riconosce e allora sì.
Ieri con dei clienti che la conoscono scherzavo sulla sua longevità.
"Uno, a quell'età, di cosa muore? Muore di pudore, muore."
questa me la gioco sempre, sdrammatizza e funziona, e
qui in paese ultimamente è morta gente giovane.
Ieri sera quand'ho chiuso c'eran delle luci blu che lampeggiavano,
oggi anche casa sua è chiusa.
Se potesse essere spudorata un altro po', sarei contento, volevo dire.

giovedì 23 febbraio 2012

Salvate il soldato Landmesser

Voi, con cosa pensavate di giocare?
Perché è la mia vita e altre vite come la mia, che avete distrutto.
Voi, non so, ma io era l'unica vita che avevo.
E la volevo passare con Lei, che avete mandato a morire.
Avete ancora una famiglia?
Io ho due bambine, ma non lo so dove sono e come stanno.
Voi mi avevate trovato un lavoro.
Ma io non vi salutavo, di fronte alle armi che mi costringevate a costruire.
Voi, allora, mi avete mandato a combattere la vostra guerra.
Mai io ho combattuto la mia, e voi non ci potevate fare nulla, perché avevo un'ottima mira.
Sempre almeno due metri sopra a dove mi dicevate di mirare, sparavo.
Morire così, sapendo che erano quelli come me a restituire grandezza al mio popolo.

Il vostro nome è ricordato con onore?
Il mio, sì.

August

martedì 17 gennaio 2012

domenica 25 dicembre 2011

Una novella di Natale apparentemente triste

Questa l'ho scritta ascoltando questa perché questo mi ha detto che mentre la sentiva si immaginava me che scrivevo, allora ecco qua. Se avete voglia di ascoltarla mentre leggete, mi fa piacere.


La vigilia di Natale, un bambino di circa quattro o cinque anni mise qualche biscotto in un piattino e lo pose con cura di fianco ad una tazza di latte, che aveva già preparato sul tavolino di fianco all'albero.
Baciò sua madre e suo padre e andò a letto, tutto eccitato.
Quando finalmente il bambino ebbe preso sonno, il padre mise il suo regalo sotto l'albero, mangiò i biscotti e bevve il latte. Poi andò in terrazzo a fumare l'ultima sigaretta prima di andare a dormire e, rientrando, gli cadde dalla tasca del cappotto un fazzolettino di carta stropicciato.
Il padre si accorse del fazzolettino di carta mentre -toltosi il cappotto- spegneva le luci dell'albero, lo raccolse e lo appoggiò distrattamente sul tavolino.
La mattina dopo, la voce entusiasta del bambino svegliò i genitori. Il bambino indicava il regalo, il piattino e la tazza vuoti e il fazzoletto di carta: era inequivocabile che Babbo Natale era stato in quella casa, quella notte.
"Papà! Ha mangiato e bevuto! E in quel fazzoletto ci sono le sue caccole!"
"Mh..."
"Papà! Babbo Natale è stato qui a portarmi un regalo -perché sono buono- e ha mangiato i biscotti, bevuto il latte e si è soffiato il naso! Era molto freddo, stanotte!"
"Certo figlio mio, è andata sicuramente così."
Il bambino ripose con cura il fazzoletto.
Il padre, il giorno dopo, ebbe un incidente andando al lavoro, e morì.
Il bambino conservò il fazzoletto con le caccole di Babbo Natale e nessuno osò mai dirgli che una delle ultime cose che aveva fatto suo padre era stato mentirgli.
Portò il fazzoletto attraverso gli anni, continuando a credere contro ogni evidenza che questo custodisse le caccole di Babbo Natale.
Ci credeva così completamente e fortemente che, trent'anni dopo quella mattina di Natale, riuscì a venderlo a un miliardario russo per 47 milioni di euro.
Buon Natale.

venerdì 18 novembre 2011

Principi di Fisica Pseudoscatologica

Quando fa freddo, il respiro che esce fa quella nebbiolina, vaporizzando in quanto più caldo dell'aria esterna. Io ho sempre avuto paura, camminando per strada, ad emettere peti silenti -tipo gli apache1- perchè mi aspetto sempre che facciano la nebbiolina pure loro.

1= In "Come ti sbatto un'ora di matematica in terza media" (Rimini, 1985), Bartolini-Vannini classificavano i peti in "Apache" (silenti e spesso letali), "Caballero" (fragorosi, grassi e ridanciani, non di rado di pericolosità olfattiva medio-bassa) e "Cucaracha" (di livello acustivo comparabile ai "Caballero", sono molto pericolosi per gli astanti ma soprattutto per l'esecutore il quale -prima di cimentarvisi- deve sempre sincerarsi di avere dei servizi igienici molto ma molto vicini).
A tale classificazione, in "Come ti sbatto un'ora di statistica al primo anno di università" (Urbino, 1992), Vannini avrebbe poi aggiunto i "Prince Albert" (detti più comunemente "Berto" e sottoclassificati "Berto da per lui" [singola emissione, di variabile pericolosità olfattiva ma caratterizzati da una sonorità di tono baritonale a crescere] e "Berto in fila indiana" [serie di "Berto", tipica di movimenti eseguiti dall'emittente quali salire le scale o camminare a passo medio-veloce]) e, nelle seguenti edizioni, "Sibilla" (dalla sonorità medio-bassa ma improntata su un continuo o quasi impercettibilmente e brevemente interrotto tono alto, lascia spesso nell'esecutore un senso di incompiutezza. Può dunque succedere che l'emittente si segga su spigoli o comprima forzatamente le natiche assumendo a sua insaputa un atteggiamento marziale quantomeno fuori luogo).
L'epistemologia della materia annovera anche classificazioni basate sulla durata di suoni e/o emissioni, ma la comunità scientifica considera ormai superate tali prospettive.
L'applicazione della materia comprende inoltre due tipi di approcci che è utile e doveroso citare brevemente: l'approccio Inferenziale ("Se si sente qualcosa, sarà stata sicuramente 'sta vecchia che non s'è accorta che son qui." o anche "Siam solo in due in questo ascensore, se mi lascio andare questo qui capisce subito che sono stato io.") e l'approccio Deduttivo ("Chi se ne accorge prima, vuol dire che l'ha fatta lui" o anche "Siam solo in due in questo cazzo di ascensore e questo fetente di fronte a me ha tirato una ranfa2 che mi son venute le lacrime agli occhi.")

2= Anche con dicitura "...ha emesso un apache", qualora l'esempio congetturi la presenza di un esperto in materia.

martedì 8 novembre 2011

Grazie (davvero, grazie mille!)

Mi scuso per aver scritto questa cosa lunga, ma qui si parla dei fondamentali dell'autopercezione del valore di un uomo.

Qui, tutti hanno un cognome dialettale, che definisce qualche caratteristica della gènia.
Di molti, conosco solo il cognome dialettale e non quello vero, per dire.
Il cognome dialettale della mia famiglia è "Faltòt", che vuol dire "quelli che sanno fare un po' di tutto", e si riferisce al fatto che manualmente la mandiamo parecchio.
Almeno, i miei parenti di sicuro la mandano parecchio.
Mio nonno faceva il factotum nella tenuta di dei conti che venivano oltre da non mi ricordo dove nella loro residenza estiva.
Mio padre e mio zio sono in grado di aggiustare un motore, una caldaia, una lavastoviglie, una lavatrice o un qualsivoglia mentre fanno il cemento per coprire le tracce dove hanno messo un nuovo impianto idraulico o elettrico, mettendo in opera un pavimento in piastrelle mentre saldano un pezzo di ferro lavorato a misura e prendendosi una pausa durante la quale installano un citofono o costruiscono un mobiletto per gli attrezzi, piuttosto che buttare su un controsoffito o una parete in cartongesso.
Se hanno le vene occluse, secondo il dottore è colesterolo, ma secondo me è stucco.
Poi, mio zio -ex ferroviere- eccelle nell'elettrotecnica mentre mio padre -ex bancario- nella falegnameria.
Gente che guarda come uno spreco di carta i manuali di istruzioni contenuti in qualsiasi elettrodomestico e kit di montaggio.
Io son sempre stato trattato con un po' di sufficienza come uno con poca manualità, perché son appena in grado di imbiancare e decorare, stendere intonaci, mettere il parquet finto di Ikea a casa mia, smontare e rimontare sanitari, costruire porticati e -al limite- mettere su un paio di mensole o sistemare prese elettriche.
Non ho mai voluto una macchina grossa, ma ho avuto una maestosa erezione nel momento in cui ho realizzato che possedevo contemporaneamte il mio trapano personale, il mio kit di cacciaviti personale e la mia nuova fiammante  e personalissima scala in alluminio.
Ho un avvita-svita che si chiama Berenice cui ho confidato segreti che neanche ai miei migliori amici.
Quando inizi un lavoro, di solito metti in conto che il lavoro triplichi.
Per me la cosa è sempre stata un po' una rottura di maroni, mentre penso che per altri in famiglia sia quasi fonte di piacere sessuale.
Se si spostano due mobili e tre mensole, di solito ci si trova a dover rifare anche un po' l'intonaco e -già che ci sei- dai un'imbiancata e metti a posto un paio di prese elettriche; io lo chiamo il "Principio di Esponenzialità del Lavoretto".
Poi è arrivato Alberto. Alberto abita a 50 metri da casa mia, sopra il mio negozio; gli vedo i terrazzi. Quando lavoravo di edilizia leggera e pesante in negozio mi ronzava sempre attorno e diceva la sua, come facevano altri passanti. Se a questo assommiamo che il mio negozio è di fianco a un barbiere, lavorare lì era il corrispondente in tuta da imbianchino di giocare a tresette al bar, con dietro e di fianco dieci vecchietti che quando tocchi la carta sbagliata sospirano, tirano su col naso o imprecano preventivamente.
(una volta ho toccato una carta della cricca di bastoni mentre dovevo giocare spade e penso di aver fatto ingoiare un paio di dentiere)
Alberto, un mesetto fa, ha smontato le sue finestre di legno per carteggiarle e ridipingerle.
Alberto aveva un piano ferreo e studiato, che recitava "carteggiatura - stesura impregnante e colore - rimontaggio degli infissi".
In culo al "Principio di Esponenzialità del Lavoretto", ho scoperto che Alberto non ne è conscio, ma lavora per principio inversamente proporzionale: tre settimane fa ha detto serenamente "E' fatica davvero" e ha deciso di dare il colore solo sul lato visibile esternamente, due settimane fa ha detto tranquillamente "Carteggiando ho fatto crepare i vetri, però poco." e ha deciso di rivestirli di pellicola trasparente e rimetterli su così come erano, una settimana fa ha detto seraficamente "Non è che ti rimane del silicone?" ma non ha voluto dirmi a cosa gli serviva.
Poi è andato, felice e tranquillo, a fare un giro in autobus.
Lavora utilizzando il "Principio di Riduzione dell'Obiettivo"; ieri guardavo quei cavalletti e quelle finestre smontate, sul suo terrazzo, e mi sa che il piano ora è "sperare che il bel tempo tenga e riportare in casa le finestre rotte prendendo meno botte possibile dalla moglie".

Allora volevo dire "Grazie Alberto (davvero, grazie mille)!"

giovedì 27 ottobre 2011

Delle volte capita di morire

Chiedo scusa, ogni tanto mi scappa da essere serio.
E' morto un motociclista famoso, di recente.
E' morta anche un sacco di altra gente, ma non ha avuto la stessa eco mediatica del motociclista, che era molto giovane, amato e conosciuto; io non lo conoscevo granché perché non seguo gli sport, però mi pare un tipo simpatico e mi piace, anche perché è nato molto vicino a dove sto io e parlava un romagnolo come il mio, se non ancora più accentuato.
Insomma, ultimamente ho sentito e letto molte volte le solite frasi: "se ne è andato", "ci ha lasciato" o robe simili.
Io non sono mai stato d'accordo con queste frasi, però non mi sembrava il caso di dirlo, perché venivano usate in occasioni luttuose private e quindi non mi pareva adeguato stare lì a puntualizzare.
Per cui, approfitto del carattere "pubblico" di questa morte per dire la mia su queste espressioni che si usano abitualmente in queste tristi occasioni, su modi di dire che proprio mi infastidiscono.
Queste persone non se ne sono proprio andate, nè ci han lasciato: sono morte.
Non hanno potuto scegliere, non sono andate di loro volontà altrove, non sono la mia fidanzatina del liceo, che mi ha deliberatamente lasciato.
Se avessero potuto, probabilmente avrebbero tirato avanti fino ai cent'anni, ma non han potuto perché gli è toccato morire.
Se qualcuno se ne va da un'altra parte o mi lascia e la cosa non mi rende felice, io non ne penso un granché bene; ma questo vale se queste espressioni non si usano riferendosi ad un defunto.
Però ci aiuta, con i morti: son forme che ormai son date per assodate, ci han lasciato, son andati via, e noi li amiamo lo stesso, nonostante questa loro volontà anche solo linguistica di andarsene, di lasciarci, che comunque ci aiuta un minimo ad allontanarci da loro, a continuare a vivere.
Ma no, non se ne va nessuno, non ci lascia. E' che gli tocca morire, e il più delle volte non ne ha responsabilità, mentre a noi tocca vivere, e secondo me ci toccherebbe prendercene la responsabilità senza tanti giri di parole.

lunedì 10 ottobre 2011

Allons enfant

Allora, io ho questo negozio che mi veste bene perché è piccolo come me, dove vendo le robe franScesi, le borse franScesi, i portafogli franScesi, le scatole di latta, gli accessori e gli ombrelli e le pochette e quaderni tipo moleskine e album per foto e specchi da borsetta e tutto tutto o quasi molto franScese.
E ho trovato della roba nuova, molto bella e franScese e ne ho comprata per Scentinine di iùri e mi è arrivata che era la metà di quella che doveva essere.
E il commerciale non rispondeva e il corriere non ne sapeva e ho pensato in corsivo (perché io penso in corsivo) A-ah ma che vi credete, io vi seguo fino alla tana, io le robe che ho pagato le voglio sul tavolo come la lattina dell'Olio Sasso, adesso, che vi credete, franScesi, io parlo inglese e franScese e mi faccio capire male uguale in tutt'e due e adesso vi seguo fino alla tana e ho telefonato in FranScia.

Tuuuuut. Tuuuuuut. Tuu-
"P...p...prònto?"
"Ello. Sgie suì Van, gl'appél par l'Italì... Parlonnnù in franScé u in anglè?"
"Come preferishsce, sce vuole parliamo italiano."
A-ah che ti credi signorina con la voce vellutata gentile, di mettermi sotto? Io parlo franScese...
"Osciurduì, il a etè la livresòn me sont arrivè la meté...mh, la demie de mes scioses... Quescqu'il pass?"
Giustificami questa, signorina gentile dalla voce vellutata gentile gentile, a-ah!
"Talvolta consCegnano in due volte. Arriva domani, il resto della consegna. E' strano, ma lo fanno, mais ha fatto benissimo a chiamare. Verifico subito e poi le telefòno, Emanuele. ...va bene?"

Poi ho avuto questa visione di me come gatto Silvestro quando passa la gattina bianca franScese, che si solleva di mezzo metro dal suolo e la segue a naso in alto e occhi socchiusi, e pensavo Vuoi che mi paracaduti dietro le linee nemiche, in una Parigi occupata? Vuoi che mostri il petto al cecchino nemico, sulla linea Maginot? Vuoi che ti regali un'altra volta la Gioconda?
Non c'è problema, basta che me lo chiedi con quella vocina e con quel modo.
Tutto, tranne mangiare lumache. Credo.

"Ah, s'é parfé... Sì, sì, va benissimo. Non ti preoccupare, mandami una mail, se credi. Hai la mia mail?"
Come è successo che siamo passati al "tu" e che io ora parli italiano?! Vabbuò.
Poi ho iniziato a dire la mia mail e lei ha finito di dirla insieme a me, all'unisono. E ha riso. Un po' anch'io, all'unisono, ma mi sa che sembravo scemo. Di sicuro, più scemo di lei.

Mezz'ora dopo mi arriva questa mail "Gentile Emanuele [...] Tutto bene [...] Grazie mille [...] Chiamami quando vuoi [...] Ti saluto cordialmente.".

Ho capito, perché questi qui hanno fatto la rivoluzione e noi no.

venerdì 26 agosto 2011

Una parola è troppo troppa e due sono poche

Volevo far presente che delle volte mi vengono in mente o dico delle robe che starebbero in mezzo a dei discorsi, solo che non mi vengono in mente o non dico i relativi discorsi.
Son robe che si atteggiano a solitarie, che sono successe davvero davverone o che sono solo successe dentro di me, perché comunque davano un tono all'ambiente.

Tipo

Reperto 1
Ho fatto una scoreggia che mio padre si è svegliato con le lacrime agli occhi.

Reperto 2
"Buongiorno."
"Buongiorno!"
"Cioè, buonasera, son le dieci..."
"Andava bene anche 'Buongiorno'; lei è il cliente e quindi ha sempre ragione."
"Mi sta prendendo in giro."
"Le ho già detto che il cliente ha sempre ragione?"

 Reperto 3
Quando faccio i mischioni di alcoolici e le sbronze cattive, spesso verso le 5 e mezza di notte son a letto e caccio un ruttone risolutivo. Sto meglio ma in media vengono giù 3 piastrelle del bagno.

Reperto 4
 Delle volte, ci costringiamo a scelte dicotomiche senza intravedere la giusta terza via. La senape, tipo.

Reperto 5
"Babbo, perchè mangiamo solo insalata?"
"Perché batto tutti gli scontrini fiscali e non compro nulla in nero. E comunque non c'è solo l'insalata: noi mangiamo insalata e ideali; passami il vassoio con la correttezza, per favore."
"Ma io ho fame: ci son rimasti quei fagioli che avevamo ieri?"
"No. E comunque erano fagioli e solidarietà. Di quella, ne è rimasta, ma non fare l'ingordo, lasciane un po' per tuo fratello.
E lasciate un po' di spazio, che per dessert c'è dell'equità."

Reperto 6
Io, di mestiere, picchio le piante. Mi ha insegnato tutto uno zio che schiaffeggiava i platani. Però per lui era solo un hobby.

Reperto 7
"Ti prego, guariscimi dal mio disturbo specifico dell’articolazione e dell’eloquio, Santa Geresina del Teresin Bambù!"


Avrei altri reperti, ma mi pare che basti.

lunedì 15 agosto 2011

Eppure ci fu un tempo in cui ci amavamo, Matilda

Eppure, mi ricordo, ci fu un tempo in cui ci amavamo, Matilda.
Mi ricordo che eri piena di pelle da tutte le parti, e che odorava di spuma bionda.
Mi ricordo che una notte, la Notte degli Amidi Umidi, a casa tua mi son svegliato alle tre e ti ho detto Avrei voglia di patate al forno per scherzarti e che alle quattro mi hai svegliato con le patate al forno calde, quindi ho pensato Che donna zerbino, la lascio, la lascio ma tu, Matilda, poi mi hai detto Adesso ti mangi le cazzo di patate e non mi tocchi, mi sei salita a cavalcioni di spalle e mentre mangiavo mi cavalcasti che il mio pistolino si sentiva non dico il re ma di certo almeno il principe dei pistolini, e se smettevo di mangiare o ti toccavo ti fermavi, Matilda.
Quella notte ho capito dove han preso la forma dei violoncelli e chi comandava.
Mi ricordo un'altra volta, Matilda, che ci eravamo infrattati con la tua macchina e tu mi dicevi Mettiti bene, i sedili basculano e io rispondevo che non sapevo nulla di meccanica e neppure di secessionisti iberici poi sei partita con un gran pavese di suffloni che io ho pensato che eri stata almeno tre settimane nel deserto e agognavi liquidi, non foss'altro che la mattina t'ero passata a prendere a casa e t'avevo portato le prime fragole della stagione ma tu m'avevi detto Son allergica, Matilda.
Mi ricordo, Matilda, che avevi un culo che lo si poteva usare come unità di misura della grazia e della bellezza, posto ad esempio il Rinascimento misurare 100 matildaculi e la Multipla misurare -100 matildaculi.

Poi m'hai lasciato per quel ragionierino di Riccione.

E mi ricordo che vi pedinavo e eravate felicissimi e io vi odiavo e vi guardavo male da dietro delle colonne, che fortunatamente trovavo in ogni dove voi vi recaste, Matilda.
Allora ho allentato i bulloni delle ruote della macchina del ragionierino, Matilda, ma poi s'è spatasciato contro un platano il suo fratellastro, che lui odiava perché gli fotteva sempre la macchina e la riportava senza benzina e così il ragionerino ha ereditato tutto lui.
Allora gli ho sfondato il vetro del cucinotto e ho buttato dentro un secchio buono di bigattini, Matilda, perché delle mosche vi infestassero la felicità ma poi lui coi soldi ereditati ha investito in un allevamento di bigattini e ora è leader nel settore esche per pesca sportiva, pur diversificando il portfolio e avendo anche investito in coltivazioni di fragole di cui tu -per inciso- ora ti strafoghi, Matilda, ho visto da dietro la colonna.

Poi, mi ricordo, mentre ero tutto concentrato a odiarvi forte forte mi è passato davanti un altro signor culo, Matilda, e allora Ciao eh, Matilda, ciao.

venerdì 15 luglio 2011

Buon compleanno miss Grape

Mia moglie è una tosta, e io l'amo nonostante Ella.
L'altro giorno andava in bicicletta a comprare il giornale e dice che ha visto vicino all'edicola un bel tipo, uno che somigliava a Giònnidìp. Si è fermata all'edicola e l'ha incrociato e allora ha guardato meglio questo tizio che era bello, sì, ma lo sapeva, e ciò è gravissimo.
Dice la mia moglie -sempre Ella ch'io amo- che egli sapeva pure di assomigliare a Giònnidìp, dato che dovevano averglielo detto e allora questo qui si atteggiava tutto, si era vestito e s'era pure fatto il taglio di capelli tipo come s'imposta il celebre americo divo.
Pure un'occhiata dìppesca, le ha lanciato.
Allora Ella, mia moglie, che è una tosta e che gli stan sul cazzo gli atteggioni dice che s'è tolta un'infradito e ha fatto il gesto di tirargliela urlando Vai a fare lo sborone da un'altra parte, merdetta d'un atteggione dei miei maroni, tanto che questo copione merdone s'è allontanato rimanendoci tutto male, ah-ah.
Ella è fiera di lei per come è Ella e pure io lo sono (non nel senso che io sono come è Ella ma in quello che pure io, di Ella, son fiero).
Sul giornale del giorno dopo c'era scritto"Pazza aggredisce Johnny Depp".

venerdì 8 luglio 2011

Sssh.

Il dubbio iniziale di molti fu tra l'essere divenuti sordi o muti.
Perché s'era visto da quasi subito, che chi stava ascoltando d'un tratto non capiva chi parlava, e chi parlava vedeva dalle espressioni dei suoi interlocutori che questi non capivano più.
Non s'è mai saputo, probabilmente erano diventati sordomuti.

Doveva essere stato tutto quel parlare, tutto quell'ascoltare,
quella continua fuga dal silenzio.

La gente ingrassa perché è programmata per mangiare più del suo bisogno, quando ce n'è, perché poi la natura non è che il giorno dopo ti garantisce di nuovo da mangiare.
Alcuni ci muoiono, per anni di troppo mangiare.

La gente però è anche programmata a sfuggire il silenzio, a farsi tribù, quando ce n'è, perché è più facile sopravvivere.

D'un tratto, ognuno con se stesso, di fronte al proprio silenzio.
A vedere se un po' si piaceva da solo o se aveva bisogno del continuo sguardo degli altri addosso, a prendersi la responsabilità dei propri pensieri, della propria sola visione del mondo.

E quei due bambini sulla spiaggia, lui a dire con gli occhi a lei, che ha ancora un dito nella sabbia,
"grazie, che mi hai disegnato un'onda."

Sssh.

mercoledì 15 giugno 2011

Oh! Dunque... (siamo ovini o caporali?)

Allora, dice che abbiamo votato e abrogato ma che non ha una valenza politica.
Sì, in effetti abbiamo votato e abrogato roba che mica stavan portando avanti loro, mi sa che si eran tipo trovato dei testi di legge sull'acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento nell'uovo di Pasqua regalato da zia e allora, cosa vuoi, zia ci rimaneva male e quindi a loro toccava portarli avanti e a noi è toccato abrogare.
E' più che altro una sconfitta per zia, che comunque non è che si può dimettere da sorella di babbo o di mamma, quindi resta lì.
No, ma neanche; è una sconfitta politica di chi mette le robe di legge nelle uova di Pasqua, ma vallo a pigliare.
Dev'essere uno che c'entra con piazza Fontana, o con l'Italicus o con Ustica perché mica lo sapremo mai, chi infila le robe di legge nelle uova di Pasqua.
Poi, no, comunque stavolta c'è da esser fieri dell'Italia.
Di solito io son fiero dell'Italia quando penso al Rinascimento -quasi già Italia, dài- o davanti a un piatto di pappardelle al cinghiale. Invece stavolta c'è da essere fieri fieri, non nel senso di un rigore di Grosso e neanche di una falcata di Alberto Cova.
E sempre alle uova si torna.

mercoledì 11 maggio 2011

Pensieri attorno alla Chiesa (Pansìr da tònda ma la Cisa)

Sono andato a un funerale; è morto il papà di un mio amico.
Io in chiesa non ci vado mai, neanche a Natale o a Pasqua, la risposta che do ai testimoni di Geova quando mi fermano per strada chiedendomi le loro robe è Ci ho messo quasi 40 anni a liberarmi dal cattolicesimo, non mi sembra il caso di imbarcarmi in un'altra roba di quelle e poi mi godo i loro sguardi da mucca mentre passa il treno.
Al funerale il prete diceva delle cose che trovavo non condivisibili nelle premesse, per cui anche le sue chiuse di ragionamento erano totalmente incongruenti alla mia visione delle cose.
Quando ne parlo con dei Credenti, dicono che ragiono così perché non ho il dono della Fede. Io di mio non sono molto geloso delle cose degli altri, per cui se gli fanno dei regali, ai Credenti, io son contento per loro e basta.
Comunque parlare con un Credente, è dura; arriva sempre un punto in cui c'hanno il jolly che io non ho il dono della Fede e mi sembra come essere dichiarato pazzo negli anni '20 o '30, che se poi dicevi Non è vero dicevano Nega perché è pazzo e se dicevi Ah, sì?! Allora sono pazzo dicevano Ha ragione.

Al funerale ci sono stati anche dei momenti belli.


Un familiare ha detto che durante le sua malattia, il papà del mio amico rassicurava e faceva coraggio ai suoi familiari. Questa è una cosa che anche un Non Credente si deve segnare, perché ha un sacco di senso. E' come dire ai propri figli Fino a oggi ho cercato di insegnarti a vivere, da ora provo a insegnarti anche a morire.

Io sto sulle palle almeno almeno a 2-3 persone, con le quali ci siam tolti il saluto, però lì al funerale è come se avessimo pensato Va là, va là, ci son robe più importanti. e ci siamo salutati. Con 1-2 di loro, con quello che manca no perché è davvero uno stronzo.

C'era un papà che, quasi una ventina di anni fa, gli è morto il figlio. Il figlio è un mio grande amico e con suo papà ci siamo raccontati come stavamo e poi gli ho detto Sai, la settimana scorsa è venuta una mia amica che vive lontano e gli raccontavo di tuo figlio e ridevamo delle sue battute e lui mi ha detto Te e lui eravate amiconi per davvero. e per la prima volta in quasi vent'anni gli ho detto che gli era capitata la cosa peggiore che può capitare a un padre e che era stato veramente cazzuto.
Non ho usato proprio queste parole, ma il senso era quello.
  
Son tornato a casa che ero un po' triste come quando torno dai funerali in generale, ma è il primo funerale da cui torno più sereno.


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Ci son poco e niente, trascuro la scrittura e il disegno. Le mie scuse a Vaniglia, soprattutto.
Sto cercando di far realizzare questo, e di tempo ne rimane poco.