La notte, studiava da pipistrello
perché ogni giorno era meno bello.
Un mattino guardò il passato
e lo trovò piuttosto perdonato.
Alle nove aveva smesso di fumare,
alle undici aveva smesso di mangiarsi le unghie,
all'una era a dieta e
alle tre aveva trovato lavoro.
Verso l'ora di merenda lo impattò il destino
che quella volta aveva la forma d'un camioncino.
L'autista provò a evitarlo pestando sul freno
ma non ci fu modo e lo prese in pieno.
La carrozzeria s'era accartocciata,
i cristalli erano in frantumi,
il furgo era cappottato e
l'autista lasciava due bambini, una donna e un cane.
Lui invece continuò a camminare come niente, pur senza capire in che maniera
Dio avesse pensato No, adesso voglio vedere cos'altro fa entro stasera.
martedì 18 gennaio 2011
sabato 8 gennaio 2011
Lo sciopero dei poeti
Il giorno in cui i poeti iniziarono lo sciopero a oltranza, in molti sottovalutarono la cosa.
Mi ricordo che misero giù le penne e incrociarono le braccia, poi scesero nelle piazze e lì scandirono i loro slogan, evitando accuratamente di declamarli in rima. Per loro era difficilissimo non esprimersi poeticamente, facevano una gran fatica.
Durante la loro protesta, poi, i poeti smisero di scendere in piazza e salirono, occupando i tetti e mettendosi tutti lì, a sedere. E giù di nuovo di slogan, di santa ragione.
All'inizio non successe nulla, non sembrava una cosa in grado di bloccare un paese. Dopo tutti quegli Ah-ah che vuoi che ce ne importi, però, le persone iniziarono a lasciarsi andare a manifestazioni di sensibilità fuori luogo, per saturazione emotiva. La gente iniziò a commuoversi in fila alla posta, o mentre guidava, fino ad avere crisi di pianto e richieste di coccole nei consigli di amministrazione di aziende di rilevanza nazionale o nei rami parlamentari.
Sui tetti, intanto, i poeti avevano smesso con gli slogan perché facevano una gran fatica dato che gli uscivano cose poetiche, per cui se ne stavano zitti e seduti sui tetti a guardare l'orizzonte. Dato che era una cosa molto poetica, si erano organizzati a dire ogni tanto qualcosa di spoetizzante, per cui poteva capitare di sentirli urlare roba tipo Cos'ha fatto il Milan? o Mi passi la chiave del 12?.
Un poeta una volta urlò Non è ancora morto il tuo cane?, ma sembrava una cosa quasi poetica, per cui fu colpito da un calamaio vuoto partito da un vicino tetto, anch'esso occupato da poeti. Per cui, si rimase principalmente sul calcio, sul ferramenta o -al limite e con molta cautela- sulle cugine zoccole.
La situazione, nel paese, andò velocemente peggiorando: le persone si scoprirono dipendenti dalla poesia e incapaci di trovare le parole giuste e il loro ritmo nel veicolare sentimenti ed immagini evocative e continuavano a scoppiare in pianti fragorosi nei momenti meno opportuni.
Il primo segnale chiaro fu il crollo del mercato dei cioccolatini. Il cantautorato si paralizzò completamente. Le mamme, disperate, presero ad addormentare i loro bambini leggendogli l'elenco del telefono (Mamma, mammina, stasera mi leggi la R?). I trasporti saltarono, il paese ben presto fu in ginocchio: smise di funzionare anche il servizio di emergenza di raccolta differenziata emotiva e furono abbandonate dagli autisti in lacrime le ecoballe di sensibilità già raccolte, che in poco tempo produssero liquami che diffondevano rimpianti e sospiri in chi ne veniva in contatto.Si temeva entrassero in contatto con le falde acquifere.
Nel nord-est, ventre produttivo del paese, iniziarono a chiudere i primi capannoni.
Lo Stato cercò di correre ai ripari e il Presidente di Tutto impose norme volte a diminuire il rischio di esposizione alla sensibilità attraverso misure draconiane, tipo il coprifuoco durante albe e tramonti o l'espresso divieto di guardare i propri bambini che dormono. Si chiuse in ufficio con i suoi esperti, anche se ogni tanto si poteva sentire qualcuno che, all'interno degli uffici, singhiozzava di brutto.
I poeti continuavano a stare sui tetti mentre giù erano tempi davvero bui: di notte degli individui senza scrupoli iniziarono a spacciare figure retoriche e qualche disperato si rovinava la salute con chiasmi tagliati male, endecasillabi di dubbissima provenienza e litoti prive di negazioni.
Il mercato nero degli enjambement fece affari d'oro.
Molti si riversarono in osterie fuori mano alla ricerca di qualche anziano a cui sfuggisse della poesia dialettale, anche poca, ma la tendenza ormai era quella di cercare qualsiasi cosa potesse dare sollievo, poesia tagliata male, rime banali, che possono uccidere tipo cuore / amore o Che fine hai fatto / ti sei sistemato / che prezzo hai pagato / che effetto ti fa / vivi ancora in provincia / ci pensi ogni tanto alle rane?// L'ultima volta ti ho visto cambiato / bevevi un amaro al bancone del bar / perchè il tempo ci sfugge / ma il segno del tempo rimane.
Intanto i poeti, sui tetti, continuavano a star lì a sedere e a dire ogni tanto cose spoetizzanti, finché uno di loro obiettò Noi ci viviamo, poeticamente. L'unica soluzione mi sembra essere che dobbiam morire. e propose che si buttassero tutti giù senza avvisare nè dir niente a nessuno. Gli altri poeti lo ascoltarono e uno commentò E' triste e bellissimo, al che tutti insorsero dicendo No, ma infatti, è troppo poetico, dovremmo lasciar perdere di morire. L'empasse si risolse con la geniale trovata di un poeta che riuscì a trovare una maniera per spoetizzare l'estremo collettivo atto proponendo Buttiamoci giù, ma in mutande. e tutti si dissero d'accordo.
Il paese era al collasso e ignaro dell'intenzione dei poeti, quando si spalancarono le porte degli uffici governativi e con gran clamore di sirene e stridore di gomme il Presidente di Tutto partì con il suo corteo di auto. I poeti iniziavano già a slacciare le cinture e calare le cerniere che il Presidente di Tutto si fece dare un megafono e, da sotto i palazzi sui cui tetti s'erano seduti i poeti, disse "Venite giù, facciamo che avete ragione voi e che vi concediamo tutto."
Mi ricordo che misero giù le penne e incrociarono le braccia, poi scesero nelle piazze e lì scandirono i loro slogan, evitando accuratamente di declamarli in rima. Per loro era difficilissimo non esprimersi poeticamente, facevano una gran fatica.
Durante la loro protesta, poi, i poeti smisero di scendere in piazza e salirono, occupando i tetti e mettendosi tutti lì, a sedere. E giù di nuovo di slogan, di santa ragione.
All'inizio non successe nulla, non sembrava una cosa in grado di bloccare un paese. Dopo tutti quegli Ah-ah che vuoi che ce ne importi, però, le persone iniziarono a lasciarsi andare a manifestazioni di sensibilità fuori luogo, per saturazione emotiva. La gente iniziò a commuoversi in fila alla posta, o mentre guidava, fino ad avere crisi di pianto e richieste di coccole nei consigli di amministrazione di aziende di rilevanza nazionale o nei rami parlamentari.
Sui tetti, intanto, i poeti avevano smesso con gli slogan perché facevano una gran fatica dato che gli uscivano cose poetiche, per cui se ne stavano zitti e seduti sui tetti a guardare l'orizzonte. Dato che era una cosa molto poetica, si erano organizzati a dire ogni tanto qualcosa di spoetizzante, per cui poteva capitare di sentirli urlare roba tipo Cos'ha fatto il Milan? o Mi passi la chiave del 12?.
Un poeta una volta urlò Non è ancora morto il tuo cane?, ma sembrava una cosa quasi poetica, per cui fu colpito da un calamaio vuoto partito da un vicino tetto, anch'esso occupato da poeti. Per cui, si rimase principalmente sul calcio, sul ferramenta o -al limite e con molta cautela- sulle cugine zoccole.
La situazione, nel paese, andò velocemente peggiorando: le persone si scoprirono dipendenti dalla poesia e incapaci di trovare le parole giuste e il loro ritmo nel veicolare sentimenti ed immagini evocative e continuavano a scoppiare in pianti fragorosi nei momenti meno opportuni.
Il primo segnale chiaro fu il crollo del mercato dei cioccolatini. Il cantautorato si paralizzò completamente. Le mamme, disperate, presero ad addormentare i loro bambini leggendogli l'elenco del telefono (Mamma, mammina, stasera mi leggi la R?). I trasporti saltarono, il paese ben presto fu in ginocchio: smise di funzionare anche il servizio di emergenza di raccolta differenziata emotiva e furono abbandonate dagli autisti in lacrime le ecoballe di sensibilità già raccolte, che in poco tempo produssero liquami che diffondevano rimpianti e sospiri in chi ne veniva in contatto.Si temeva entrassero in contatto con le falde acquifere.
Nel nord-est, ventre produttivo del paese, iniziarono a chiudere i primi capannoni.
Lo Stato cercò di correre ai ripari e il Presidente di Tutto impose norme volte a diminuire il rischio di esposizione alla sensibilità attraverso misure draconiane, tipo il coprifuoco durante albe e tramonti o l'espresso divieto di guardare i propri bambini che dormono. Si chiuse in ufficio con i suoi esperti, anche se ogni tanto si poteva sentire qualcuno che, all'interno degli uffici, singhiozzava di brutto.
I poeti continuavano a stare sui tetti mentre giù erano tempi davvero bui: di notte degli individui senza scrupoli iniziarono a spacciare figure retoriche e qualche disperato si rovinava la salute con chiasmi tagliati male, endecasillabi di dubbissima provenienza e litoti prive di negazioni.
Il mercato nero degli enjambement fece affari d'oro.
Molti si riversarono in osterie fuori mano alla ricerca di qualche anziano a cui sfuggisse della poesia dialettale, anche poca, ma la tendenza ormai era quella di cercare qualsiasi cosa potesse dare sollievo, poesia tagliata male, rime banali, che possono uccidere tipo cuore / amore o Che fine hai fatto / ti sei sistemato / che prezzo hai pagato / che effetto ti fa / vivi ancora in provincia / ci pensi ogni tanto alle rane?// L'ultima volta ti ho visto cambiato / bevevi un amaro al bancone del bar / perchè il tempo ci sfugge / ma il segno del tempo rimane.
Intanto i poeti, sui tetti, continuavano a star lì a sedere e a dire ogni tanto cose spoetizzanti, finché uno di loro obiettò Noi ci viviamo, poeticamente. L'unica soluzione mi sembra essere che dobbiam morire. e propose che si buttassero tutti giù senza avvisare nè dir niente a nessuno. Gli altri poeti lo ascoltarono e uno commentò E' triste e bellissimo, al che tutti insorsero dicendo No, ma infatti, è troppo poetico, dovremmo lasciar perdere di morire. L'empasse si risolse con la geniale trovata di un poeta che riuscì a trovare una maniera per spoetizzare l'estremo collettivo atto proponendo Buttiamoci giù, ma in mutande. e tutti si dissero d'accordo.
Il paese era al collasso e ignaro dell'intenzione dei poeti, quando si spalancarono le porte degli uffici governativi e con gran clamore di sirene e stridore di gomme il Presidente di Tutto partì con il suo corteo di auto. I poeti iniziavano già a slacciare le cinture e calare le cerniere che il Presidente di Tutto si fece dare un megafono e, da sotto i palazzi sui cui tetti s'erano seduti i poeti, disse "Venite giù, facciamo che avete ragione voi e che vi concediamo tutto."
lunedì 13 dicembre 2010
Insalita mista
Dice No, allora è meglio che accenda i telefoni e ne trovo uno che va già bene. L'altro no, l'altro è spossato e dorme, allora lo metto in carica però in dormiveglia; il telefono in carica ha un occhio mezzo aperto e a destra nello schermetto c'è scritto Rubrica mentre a sinistra mi sembra che ci sia scritto Sbrocca, che deve essere una funzione avanzata che se pigi la combinazione seleziona tutta la rubrica e invia un sms collettivo con su scritto ma va a cagare, pure te.
Penso Che storia, diobò, meglio che riordino e ricordo che in terrazza c'è un posacenere che vomta, è una torre di Babele di mozziconi, dall'equilibrio malfermo. Prendo un sacchetto di plastica e vado in terrazza -quegli otto passi di terrazza li faccio un po' sospeso nell'aria, tipo overcraft- e agguanto il posacenere, parto indietro mentre lo svuoto nel sacchetto, due passi e mi accorgo che è caduto un mozzicone, due passi e torno dov'era il posacenere, lo appoggio, raccolgo il mozzicone e riparto. Tre passi e ricordo il posacenere e penso A-ah, che patacca; quello, ero venuto a prendere, faccio altri due passi indietro quando vedo un bambino che avrà cinque anni che mi indica dalla strada e che dice alla donna che è con lui "Guarda mamma, quel signore triste col sacchetto in mano, balla."
Penso Che storia, diobò, meglio che riordino e ricordo che in terrazza c'è un posacenere che vomta, è una torre di Babele di mozziconi, dall'equilibrio malfermo. Prendo un sacchetto di plastica e vado in terrazza -quegli otto passi di terrazza li faccio un po' sospeso nell'aria, tipo overcraft- e agguanto il posacenere, parto indietro mentre lo svuoto nel sacchetto, due passi e mi accorgo che è caduto un mozzicone, due passi e torno dov'era il posacenere, lo appoggio, raccolgo il mozzicone e riparto. Tre passi e ricordo il posacenere e penso A-ah, che patacca; quello, ero venuto a prendere, faccio altri due passi indietro quando vedo un bambino che avrà cinque anni che mi indica dalla strada e che dice alla donna che è con lui "Guarda mamma, quel signore triste col sacchetto in mano, balla."
mercoledì 8 dicembre 2010
Porno (molto ma molto)
"Papà, cos'è il porno?"
"Eh?"
"Volevo sapere cos'è il porno."
"E'... come... tipo... Dove l'hai sentita questa parola?"
"L'ha detta uno a calcio. Cos'è?"
"E'... ...è una cosa da grandi. Una cosa che un bambino non si può gestire, ma poi quando diventa grande riesce a gestirsela. Perché non è reale, è un aspetto esagerato di certe cose della vita dei grandi. Ecco, il porno è una esasperazione di certe cose, non rappresenta la vita reale ed è pieno di cose volgari, esibite. Hai capito?"
"Tipo... quando te e la mamma..."
"...quando io e la mamma?!"
"Tipo, mi sembra di sentire quando te e la mamma parlate del TG1."
"Ecco."
"Eh?"
"Volevo sapere cos'è il porno."
"E'... come... tipo... Dove l'hai sentita questa parola?"
"L'ha detta uno a calcio. Cos'è?"
"E'... ...è una cosa da grandi. Una cosa che un bambino non si può gestire, ma poi quando diventa grande riesce a gestirsela. Perché non è reale, è un aspetto esagerato di certe cose della vita dei grandi. Ecco, il porno è una esasperazione di certe cose, non rappresenta la vita reale ed è pieno di cose volgari, esibite. Hai capito?"
"Tipo... quando te e la mamma..."
"...quando io e la mamma?!"
"Tipo, mi sembra di sentire quando te e la mamma parlate del TG1."
"Ecco."
lunedì 22 novembre 2010
venerdì 19 novembre 2010
Tempi duri
Fosco faceva il cuoco. Era bravo.
Lo faceva per passione anche se era il suo lavoro.
Aprire una buona bottiglia, mettere su un po' di musica, gustare il colore di quello che avrebbe cucinato e creare l'atmosfera traquilla e incantata necessaria al buon cucinare erano le cose quanto più possibile lontane da lui.
Fosco iniziava a bestemmiare e tirare madonne già al mercato, quando faceva la spesa, e disprezzava il rosso del pomodoro, la consistenza della bistecca e il bianco del vino in cui avrebbe sfumato le sue pietanze.
La cucina era un coacervo di malumore e acredine, dove Fosco sfogava il suo astio rumorosamente contro pentole, fornelli e ramaiole.
Fosco amava Ada, quella del guardaroba. Ada era una troia, sempre per passione.
Al momento si scopava a ragion veduta quello che parcheggiava le macchine, un paio di vicini di casa, il postino e, quand'era particolarmente annoiata, la propietaria del negozio di animali.
Fosco un giorno andò da lei con un piatto del suo famoso Minestrone Imperiale e le disse Vuoi assaggiare, sciacquetta? e lei rispose Se ti faccio una sega ti cavi dai coglioni subito?.
Lui si voltò, si avviò verso la cucina e gridò Vacca.
Si sposarono e vissero felici 37 anni.
Ebbero un figlio bravissimo con i numeri, che da piccolo voleva fare il commercialista ma poi diventò astronauta.
Lo faceva per passione anche se era il suo lavoro.
Aprire una buona bottiglia, mettere su un po' di musica, gustare il colore di quello che avrebbe cucinato e creare l'atmosfera traquilla e incantata necessaria al buon cucinare erano le cose quanto più possibile lontane da lui.
Fosco iniziava a bestemmiare e tirare madonne già al mercato, quando faceva la spesa, e disprezzava il rosso del pomodoro, la consistenza della bistecca e il bianco del vino in cui avrebbe sfumato le sue pietanze.
La cucina era un coacervo di malumore e acredine, dove Fosco sfogava il suo astio rumorosamente contro pentole, fornelli e ramaiole.
Fosco amava Ada, quella del guardaroba. Ada era una troia, sempre per passione.
Al momento si scopava a ragion veduta quello che parcheggiava le macchine, un paio di vicini di casa, il postino e, quand'era particolarmente annoiata, la propietaria del negozio di animali.
Fosco un giorno andò da lei con un piatto del suo famoso Minestrone Imperiale e le disse Vuoi assaggiare, sciacquetta? e lei rispose Se ti faccio una sega ti cavi dai coglioni subito?.
Lui si voltò, si avviò verso la cucina e gridò Vacca.
Si sposarono e vissero felici 37 anni.
Ebbero un figlio bravissimo con i numeri, che da piccolo voleva fare il commercialista ma poi diventò astronauta.
martedì 26 ottobre 2010
Dune
Dice che stavano lì seduti ad aspettare, col bambino che gli giocherellava intorno.
Dice che uno ha guardato quell'altro e gli ha detto Almeno qui, dai, togliti quell'asciugamano dalla testa.
Dice che quello l'ha tolto e gli ha detto Pure tu, levati quegli occhiali da sole, che qui il riflesso mica dà fastidio.
Dice che s'è tolto gli occhiali da sole e ha detto all'altro Te adesso cosa fai? Io se riesco mi avvicino a casa, che magari c'è mio nonno che mi aspetta.
Dice che quell'altro ha risposto Non lo so di preciso, ma francamente mi aspettavo più vergini.
Dice che son stati zitti un po' e che poi non si sa chi dei due ha detto all'altro Alla fine, poi, chissà chi vince.
Dice che il bambino si è fermato, li ha guardati e ha detto Noi tre, no di sicuro.
Dice che uno ha guardato quell'altro e gli ha detto Almeno qui, dai, togliti quell'asciugamano dalla testa.
Dice che quello l'ha tolto e gli ha detto Pure tu, levati quegli occhiali da sole, che qui il riflesso mica dà fastidio.
Dice che s'è tolto gli occhiali da sole e ha detto all'altro Te adesso cosa fai? Io se riesco mi avvicino a casa, che magari c'è mio nonno che mi aspetta.
Dice che quell'altro ha risposto Non lo so di preciso, ma francamente mi aspettavo più vergini.
Dice che son stati zitti un po' e che poi non si sa chi dei due ha detto all'altro Alla fine, poi, chissà chi vince.
Dice che il bambino si è fermato, li ha guardati e ha detto Noi tre, no di sicuro.
martedì 19 ottobre 2010
Blasfemia a modo
No, comunque io volevo esprimere la mia solidarietà nei confronti dello Spirito Santo.
Esso, soprattutto fra i non credenti, non se lo fila nessuno nemmanco nelle bestemmie; dove altrove è un gran proferire di Cristi, Dii e Madonne diversamente declinati, lo Spirito Santo non viene cacato del minimo striscio.
E io me lo vedo, povero, che un po' si macera, lì nell'angolo, e non se la può prendere che pure la Madonna lo surclassa anche nelle bestemmie, quella lì, che nasce ragazzina ingenua al confronto di Esso, che esiste nella trinità dal tempo del Padre e del Figlio ma che al cospetto degli altri tre fa la figura di Ringo Starr nei Beatles, di Adam Clayton negli U2 se non addirittura di Chad Channing nei Nirvana, di quello che insomma ha avuto la botta di culo di trovare il gruppo giusto.
Ogni partita persa al novantesimo, ogni colpo di gomito su uno spigolo, ogni coniuge colto in flagrante, io me lo vedo, lo Spirito Santo che spera e che invariabilmente viene deluso. Ignorato.
Una volta ci s'è andati vicino, si trattava della chiusura di delle dita in un cassetto, c'eravamo quasi, lo Spirito Santo aveva avvertito che stava per partire una bestemmia non convenzionale ma... niente, oh, niente; si preferì tirare in ballo quel fricchettone di Buddha.
Allora io vi dico, oh voi che bestemmiate: fatelo se vi pare, ma basta, basta, basta discriminazioni.
Un po' di equità, di riconoscimento, di educazione, Madonna del Cristo d'un Dio.
Esso, soprattutto fra i non credenti, non se lo fila nessuno nemmanco nelle bestemmie; dove altrove è un gran proferire di Cristi, Dii e Madonne diversamente declinati, lo Spirito Santo non viene cacato del minimo striscio.
E io me lo vedo, povero, che un po' si macera, lì nell'angolo, e non se la può prendere che pure la Madonna lo surclassa anche nelle bestemmie, quella lì, che nasce ragazzina ingenua al confronto di Esso, che esiste nella trinità dal tempo del Padre e del Figlio ma che al cospetto degli altri tre fa la figura di Ringo Starr nei Beatles, di Adam Clayton negli U2 se non addirittura di Chad Channing nei Nirvana, di quello che insomma ha avuto la botta di culo di trovare il gruppo giusto.
Ogni partita persa al novantesimo, ogni colpo di gomito su uno spigolo, ogni coniuge colto in flagrante, io me lo vedo, lo Spirito Santo che spera e che invariabilmente viene deluso. Ignorato.
Una volta ci s'è andati vicino, si trattava della chiusura di delle dita in un cassetto, c'eravamo quasi, lo Spirito Santo aveva avvertito che stava per partire una bestemmia non convenzionale ma... niente, oh, niente; si preferì tirare in ballo quel fricchettone di Buddha.
Allora io vi dico, oh voi che bestemmiate: fatelo se vi pare, ma basta, basta, basta discriminazioni.
Un po' di equità, di riconoscimento, di educazione, Madonna del Cristo d'un Dio.
domenica 17 ottobre 2010
Serrature
Nell'ingresso ho questa scatolina di legno appesa al muro con un chiodo, che contiene le chiavi.
Quando la apro per prendere le chiavi che mi servono per aprire, chiudere, partire o far funzionare, il peso dello sportellino fa tutta stortare la scatolina, che sembra debba cadere da un momento all'altro.
Allora penso che la gente delle volte somiglia a quella scatolina, dato che quando si devon tirar fuori le robe che servono per aprire, chiudere, partire o far funzionare, si storta tutta e sembra che debba cadere da un momento all'altro.
Quando la apro per prendere le chiavi che mi servono per aprire, chiudere, partire o far funzionare, il peso dello sportellino fa tutta stortare la scatolina, che sembra debba cadere da un momento all'altro.
Allora penso che la gente delle volte somiglia a quella scatolina, dato che quando si devon tirar fuori le robe che servono per aprire, chiudere, partire o far funzionare, si storta tutta e sembra che debba cadere da un momento all'altro.
giovedì 14 ottobre 2010
Patri Arca
In quel tempo Dio andò da Noè e gli disse Non va mica bene qui, adesso inondo tutto, però tu e i tuoi prendete una coppia per ogni animale, salite su un'arca grossa grossa e dopo che è finito il casino scendete e ripopolate la terra e Noè disse Va bene e si allontanò con la coda tra le sue zampe da struzzo.
Costruita l'arca grossa grossa, Noè ci fece salire i leoni con le zampe da pecora, le zanzare che nitrivano, le giraffe con le ali, le aquile con la criniera, i serpenti con il carapace e tutti tutti gli altri animali, dopodichè iniziò a piovere di santa ragione e tutto si inondò per tipo un anno.
Sull'arca grossa grossa, dopo un paio di settimane già non c'era un cazzo da fare, e allora tutti iniziarono a accoppiarsi con tutti.
Finito il casino, Dio vide scendere dall'arca grossa grossa bambini con gambe e senza coda, leoncini con zampe nuove, zanzare che zzzavano, giraffine non aeree, aquilotti quasi glabri, serpentelli indifesi e tutti tutti cuccioli di animali che mica erano più come li aveva fatti lui, allora disse Cazzo avete combinato?! Bòn, adesso rimanete così, così imparate.
Costruita l'arca grossa grossa, Noè ci fece salire i leoni con le zampe da pecora, le zanzare che nitrivano, le giraffe con le ali, le aquile con la criniera, i serpenti con il carapace e tutti tutti gli altri animali, dopodichè iniziò a piovere di santa ragione e tutto si inondò per tipo un anno.
Sull'arca grossa grossa, dopo un paio di settimane già non c'era un cazzo da fare, e allora tutti iniziarono a accoppiarsi con tutti.
Finito il casino, Dio vide scendere dall'arca grossa grossa bambini con gambe e senza coda, leoncini con zampe nuove, zanzare che zzzavano, giraffine non aeree, aquilotti quasi glabri, serpentelli indifesi e tutti tutti cuccioli di animali che mica erano più come li aveva fatti lui, allora disse Cazzo avete combinato?! Bòn, adesso rimanete così, così imparate.
martedì 12 ottobre 2010
Autocoscienza di Classe
Quindi arrivano queste mail e viene fuori che c'è una cena della classe del liceo e io son contento, anche perchè noi quando si fanno le cene della classe del liceo, alla fine ci siamo sempre quasi tutti e siamo trenta persone che comportansi e si perculano come se non si fossero mai lasciate e non esistesse il lasso in cui son accadute robe fondamentalmente poco importanti tipo lauree, matrimoni, nascite, felicità, lacrime, amici perduti o trovati, trasclochi, morti in famiglia e altre bazzeccole.Giurerei d'aver visto gente che durante queste cene si passava il compito di latino...
...poi, dato che tutti noi della classe del liceo tra un po' si raschia il culo ai 40, tempo di bilanci, mi sorprendo a pensare che ultimamente mi son visto in un po' di foto e mi son accorto di essermi inciottito un bel po'. E poi ho una situazione lavorativa un po' complicata. Son cose che m'avrebbe messo in imbarazzo, dato che quelli della classe del liceo son in forma e di lavoro salvano vite umane, si stagliano sul panorama letterario del secolo, costruiscono dighe e ponti, difendono gli umili, abbelliscono il mondo o fan risparmiare soldi a chi li ha già...
...allora mi dico calma, mi dico, e mi metto a considerare che pure io insomma mi sarò pure inciottito ultimamente ma ho fior di motivi per giustificare il fatto che, di mio, tendo a tenere la testa alta. Nell'imbarazzo della scelta tra quali motivi di tener la testa alta voglio spingere maggiormente alla cena della classe del liceo, si contendono la palma l'aver creato una famigliuola piuttosto felice con una donna che quella li non si capisce mica come è messa inteso quasi sempre in senso positivo e il girare molto da e con amici per ciò che si scrive o si disegna...
...tale imbarazzo scema allo sciogliersi del dubbio, ah-ah!, perché poi pure i miei commensali alla cena della classe del liceo han magari fior di famigliuole e magari girano parecchio, quindi al bivio tra piccolezze come gli affetti della famiglia o la passione di scrivere o disegnare si fa strada il motivo di fierezza.
Sapete che c'è, commensali alla cena di classe del liceo? Io ho i capelli. Io ho ancora i capelli e sono ancora neri e ricciolini, avete voglia, voi magrolini, stagliarvi su panorami letterari, salvar vite, abbellire mondi...
...e poi c'è che son felice. Lo so perché son ciotto, ché io se non son felice dimagro a palla e mi saltano fuori pettorali dovuti a anni di stiracchiamenti, addominali frutto di quotidiane corpose cacche, deltoidi che non lo so ma il pistolino no, non mi varia, mica son donna che se dimagro mi si riduce la tetta, quello mi permane. Col fatto poi che faccio espressioni in tempo reale su ciò che penso, per dirla tutta, m'injhonnydippo anche un po' e non sto bene e guardo un po' torvo e così mi circondano delle donne e io me ne torno felice e via a inciottirsi...
...sì perché io non son inciottito, io c'ho addosso un memento della felicità, strati di souvenir di momenti belli; io vesto salsicce sarde mangiate alle quattro di notte con quegli amici, saraghine ai ferri di fronte alla spiaggia con quegli altri, pizze con quegli amici là, gulash prima di quella festa, sughi olive e salsiccia con altri amici dopo la tempesta perfetta, panbiscotto e zuppa da quegli altri là, cous cous a casa di quegli amici con gli altri, pasta al pesto modificata a casa di quell'altro amico, tagliatelle e gnocchi fritti con quegli altri amici...
...poi mi provo qualcosa da mettere alla cena della classe del liceo e non entra, così dico tipo ma vacca troia e penso che magari, se c'ho piacere di avere tanti bei ricordi, d'ora in poi faccio più fotografie.
domenica 10 ottobre 2010
Romodena
Son tipo da poco andato un giorno e tornato il giorno dopo sia da Roma che da Modena.
Per chi non maneggia il concetto "Roma", è un posto dove buttavano su imperi, acquedotti e codici giuridici mentre i miei antenati, qui, cercavano di tenere le ginocchia fuori dal fango della palude e di non prendere la malaria.
Qui era anche abbastanza sentito dai miei antenati il tema di non farsi trombare da qualche ottomano sbarcato a razziare (che poi, vedendo i miei zigomi e capelli, direi che qualche trombata ottomana a buon fine, da 'ste parti c'è stata).
Per chi non maneggia il concetto di "Modena", è un posto dove i miei antenati non si sarebbero trovati come nel posto "Roma", ma di sicuro meglio di qui, mi sa.
Comunque, da questi viaggi ho evinto molte robe miste, di cui:
Però pure a Roma, c'è movimento, dai.
Per chi non maneggia il concetto "Roma", è un posto dove buttavano su imperi, acquedotti e codici giuridici mentre i miei antenati, qui, cercavano di tenere le ginocchia fuori dal fango della palude e di non prendere la malaria.
Qui era anche abbastanza sentito dai miei antenati il tema di non farsi trombare da qualche ottomano sbarcato a razziare (che poi, vedendo i miei zigomi e capelli, direi che qualche trombata ottomana a buon fine, da 'ste parti c'è stata).
Per chi non maneggia il concetto di "Modena", è un posto dove i miei antenati non si sarebbero trovati come nel posto "Roma", ma di sicuro meglio di qui, mi sa.
Comunque, da questi viaggi ho evinto molte robe miste, di cui:
- sfoggiare portatili in treno innesca una gara in cui le regole son come quelle delle gare di virilità, però son invertite, ché vince chi ce l'ha più piccolo
- 80 centesimi 80 per fare pipì in stazione, ti dispiace non ti scappi anche la cacca
- io, se una signora mi parla con quell'amore di gnocchi fritti e di robe emiliane cucinate, mi trovo in una situazione pericolosa perché mi viene da limonarla
- la statua di Leonardo da Vinci che c'è fuori dalla facoltà di Ingegneria della Sapienza, per me, in realtà raffigura un personaggio di Star Trek vecchio e con la barba
- gli scrittori emiliani leggono con una cantilena ipnotica che te uccideresti pur di avere subito del Lambrusco
- forse se sei seduto e ti fotografano e si fermano i gruppi a vederti, non è il caso di arringare la folla e concedere autografi, bensì di spostare il culo dal muretto con lapide "Basamento del colosso di Nerone"
- mi voglio far tatuare addosso il concetto pignagnoliano che i dottori avevano detto a uno che se mangiava un'altra fetta di mortadella, moriva
- la reliquia Catena di S. Pietro in Vincoli è bella ma non mi sembra il caso di esporre una catena, per quanto uno fosse bravo in salita
- Modena sta tipo a 10km dall'appennino e non mi spiego l'acredine che nutrono nei confronti dei cinghiali
- essere un Sociologo nell'aula di informatica di Ingegneria, sembra di essere il protagonista di "Io sono leggenda"
- essere un cinghiale nella val Padana sono cazzi tuoi perchè sei in campo aperto e tutto attorno c'è della gran gente che sa fare le tagliatelle
- mi dicono "Guarda, c'è Bondi" e io faccio il pensierino che sorrido per non piangere, poi viene fuori che avevo capito male e che c'era Boldi, ma il pensierino regge lo stesso
- se si è in macchina, astigmatici e con un sacco di sonno, ti può capitare di dire "Va' che bello quel locale con le vetrate e un sacco di gente" indicando un autobus
Però pure a Roma, c'è movimento, dai.
lunedì 4 ottobre 2010
My generation
Porca puttana. M'è uscito lungo pure questo. Scusate, eh .
Due giri di lacci agli anfibi, un nodo e le calze sopra. E' fatica, con il fiato spezzato, le pulsazioni accelerate e i capelli sulla faccia.
I miei capelli arrivano al petto e sono indispensabili, perché mi proteggono. Posso avere davanti al palco anche qualche centinaio di persone, ma ho tra me e loro il mio basso e i miei capelli.
Il fruscio elettrostatico che proviene da quel golem del mio amplificatore e delle casse, a sinistra, fa sembrare che il palco russi finché noi quattro non decidiamo di svegliarlo, finchè la musica take away -che mi appare bassa e remota- che hanno messo su per cambiare dal setting del gruppo che ha suonato prima di noi al nostro non cederà il posto alla nostra musica, da consumare calda e subito.
A destra, c'è tutto. C'è la scaletta (un tipetto volubile ma che si vuol far rispettare), c'è la pedaliera degli effetti che, orizzontale e con le sue lucine al posto giusto, fa la seducente col microfono in cima all'asta che la sovrasta. Poi ci sono le casse-spia a far da scogli prima del reef della fine del palco, oltre il quale inizia la stesa di spalle e teste ora in bonaccia e che inizieranno prima a ondeggiare e poi a pogare in tempesta.
La gente, io, la gente non la guardo. Lo so già, chi c'è.
In prima fila ci sono quelli che ci vengono sempre a sentire e, dal mio lato, i bassisti giovani che baderanno le diteggiature, gli effetti e i trucchi, che mi hanno offerto da bere e da fumare, certi prima del concerto e certi che me l'offriranno dopo. In fondo o al bancone, altri gruppi e bassisti pari livello, di quelli con cui si fanno le serate a suonare nei locali, si beve e ci si consiglia nel comune tentativo di mettere un po' di Seattle in mezzo alla piadina e al vino.
Io penso Chissà dove saremo, chissà come ce lo ricorderemo, io mi sa che non ci arrivo al 2000, che mancano ancora un sacco di anni, I hope I die before I get old.
In mezzo, tanta gente. Sorrido, perché penso che se stai su un palco a far del rock al volume buono e giusto, ti puoi permettere di scorreggiare davanti a un sacco di persone e nessuno si accorgerà di nulla.
Dietro, ho la quinta e -a 2 o 3 metri dalla testa- i tre fari di diverso colore che renderanno ancora più calda la mia serata e il mio braccio destro che, appoggiato al corpo del basso, inizierà anche grazie a loro a formicolare bloccandomi progressivamente la mano, se non ho fatto gli esercizi di riscaldamento come si deve per bere altra birra.
Poi rimango inginocchiato, stacco le mani dai lacci e lo sterno dal basso e guardo davanti.
Guardo loro.
Mi guarda a sua volta -però, di tre quarti- e sorride, Petermann, con il mento alto, una mano a giocare con una bacchetta e l'altra a sbilinare con chiavette strane del charleston o dei tom. Sente la tensione, ma mi dà sicurezza. Siamo molto diversi; lui è già un uomo mentre io I hope I die before I get old e spesso non ci prendiamo come idee, ma sul palco siamo la cazzo di sezione ritmica e lo siamo da parecchio, e si sente.
Il suo colpo di rullante cade quando cade la mia ditata forte sulla corda, e assieme facciamo un muro che fa cadere i bicchieri dagli amplificatori e alzare i culi dalle sedie. E ci fidiamo di noi.
GG, nato il giorno dell'anno in cui è morto Jimi Hendrix, non mi guarda. Probabilmente -penso- perché mi ha già visto in tutte le salse, anche un sacco di volte che a colpi di troppa vita sembrava che io cercassi di I hope I die before I get old. Accorda, muove le misteriose manopoline che stanno aggrappate alla testata del suo amplificatore e calpesta il sentiero invisibile da lì alla pedaliera dei suoi effetti (disinvolta nei confronti del rispettivo microfono quanto la mia). Ci siam visti crescere e, se le birrette sono state un numero consono, siam capaci di trasformare i secondi tra pezzo e pezzo in minuti di cabaret.
Babs, che sta in piedi in mezzo a un palco, tra lei e la gente non ha niente se non la sua voce. La guardo mentre salta, cammina, si aggira consumando i secondi prima del'inizio in un' inconsapevole ed iperattiva danza propiziatoria. Dicono che sia figa, soprattutto sul palco. Io non lo so, io ci ho avuto troppo a che fare; non è più una femmina, per me, è una del gruppo. Però da come la guardano quelli sotto il palco, mi sa che quelli che dicono che sia figa c'han le loro ragioni. Poi, tra poco, tira fuori quella voce e questi qui davanti se li porta dove vuole.
Me ne sbatte il cazzo. Ho il fiato spezzato, le pulsazioni accelerate e i capelli sulla faccia. Io mi alzo in piedi a farmi schiaffeggiare dai faretti e voglio solo sentire il rullante nel petto, la cassa nella pancia, la distorsione della chitarra e la melodia delle voci, mentre cerco di restare in piedi nonostante il suono e lo spostamento d'aria prodotti dal legno che ho tra le mani e dal mio ampli.
Io voglio essere travolto dall'onda sonora distorta e smettere di pensare, voglio che succeda anche questa volta che noi quattro non si sudi ma che su 'sto cazzo di palco si brilli, io voglio I hope I die before I get old.
Si ferma la musica precotta.
Si batte quattro.
Si parte.
Due giri di lacci agli anfibi, un nodo e le calze sopra. E' fatica, con il fiato spezzato, le pulsazioni accelerate e i capelli sulla faccia.
I miei capelli arrivano al petto e sono indispensabili, perché mi proteggono. Posso avere davanti al palco anche qualche centinaio di persone, ma ho tra me e loro il mio basso e i miei capelli.
Il fruscio elettrostatico che proviene da quel golem del mio amplificatore e delle casse, a sinistra, fa sembrare che il palco russi finché noi quattro non decidiamo di svegliarlo, finchè la musica take away -che mi appare bassa e remota- che hanno messo su per cambiare dal setting del gruppo che ha suonato prima di noi al nostro non cederà il posto alla nostra musica, da consumare calda e subito.
A destra, c'è tutto. C'è la scaletta (un tipetto volubile ma che si vuol far rispettare), c'è la pedaliera degli effetti che, orizzontale e con le sue lucine al posto giusto, fa la seducente col microfono in cima all'asta che la sovrasta. Poi ci sono le casse-spia a far da scogli prima del reef della fine del palco, oltre il quale inizia la stesa di spalle e teste ora in bonaccia e che inizieranno prima a ondeggiare e poi a pogare in tempesta.
La gente, io, la gente non la guardo. Lo so già, chi c'è.
In prima fila ci sono quelli che ci vengono sempre a sentire e, dal mio lato, i bassisti giovani che baderanno le diteggiature, gli effetti e i trucchi, che mi hanno offerto da bere e da fumare, certi prima del concerto e certi che me l'offriranno dopo. In fondo o al bancone, altri gruppi e bassisti pari livello, di quelli con cui si fanno le serate a suonare nei locali, si beve e ci si consiglia nel comune tentativo di mettere un po' di Seattle in mezzo alla piadina e al vino.
Io penso Chissà dove saremo, chissà come ce lo ricorderemo, io mi sa che non ci arrivo al 2000, che mancano ancora un sacco di anni, I hope I die before I get old.
In mezzo, tanta gente. Sorrido, perché penso che se stai su un palco a far del rock al volume buono e giusto, ti puoi permettere di scorreggiare davanti a un sacco di persone e nessuno si accorgerà di nulla.
Dietro, ho la quinta e -a 2 o 3 metri dalla testa- i tre fari di diverso colore che renderanno ancora più calda la mia serata e il mio braccio destro che, appoggiato al corpo del basso, inizierà anche grazie a loro a formicolare bloccandomi progressivamente la mano, se non ho fatto gli esercizi di riscaldamento come si deve per bere altra birra.
Poi rimango inginocchiato, stacco le mani dai lacci e lo sterno dal basso e guardo davanti.
Guardo loro.
Mi guarda a sua volta -però, di tre quarti- e sorride, Petermann, con il mento alto, una mano a giocare con una bacchetta e l'altra a sbilinare con chiavette strane del charleston o dei tom. Sente la tensione, ma mi dà sicurezza. Siamo molto diversi; lui è già un uomo mentre io I hope I die before I get old e spesso non ci prendiamo come idee, ma sul palco siamo la cazzo di sezione ritmica e lo siamo da parecchio, e si sente.
Il suo colpo di rullante cade quando cade la mia ditata forte sulla corda, e assieme facciamo un muro che fa cadere i bicchieri dagli amplificatori e alzare i culi dalle sedie. E ci fidiamo di noi.
GG, nato il giorno dell'anno in cui è morto Jimi Hendrix, non mi guarda. Probabilmente -penso- perché mi ha già visto in tutte le salse, anche un sacco di volte che a colpi di troppa vita sembrava che io cercassi di I hope I die before I get old. Accorda, muove le misteriose manopoline che stanno aggrappate alla testata del suo amplificatore e calpesta il sentiero invisibile da lì alla pedaliera dei suoi effetti (disinvolta nei confronti del rispettivo microfono quanto la mia). Ci siam visti crescere e, se le birrette sono state un numero consono, siam capaci di trasformare i secondi tra pezzo e pezzo in minuti di cabaret.
Babs, che sta in piedi in mezzo a un palco, tra lei e la gente non ha niente se non la sua voce. La guardo mentre salta, cammina, si aggira consumando i secondi prima del'inizio in un' inconsapevole ed iperattiva danza propiziatoria. Dicono che sia figa, soprattutto sul palco. Io non lo so, io ci ho avuto troppo a che fare; non è più una femmina, per me, è una del gruppo. Però da come la guardano quelli sotto il palco, mi sa che quelli che dicono che sia figa c'han le loro ragioni. Poi, tra poco, tira fuori quella voce e questi qui davanti se li porta dove vuole.
Me ne sbatte il cazzo. Ho il fiato spezzato, le pulsazioni accelerate e i capelli sulla faccia. Io mi alzo in piedi a farmi schiaffeggiare dai faretti e voglio solo sentire il rullante nel petto, la cassa nella pancia, la distorsione della chitarra e la melodia delle voci, mentre cerco di restare in piedi nonostante il suono e lo spostamento d'aria prodotti dal legno che ho tra le mani e dal mio ampli.
Io voglio essere travolto dall'onda sonora distorta e smettere di pensare, voglio che succeda anche questa volta che noi quattro non si sudi ma che su 'sto cazzo di palco si brilli, io voglio I hope I die before I get old.
Si ferma la musica precotta.
Si batte quattro.
Si parte.
venerdì 1 ottobre 2010
Dicono di loro
Dicono che la Maria e Quinto si erano sposati in fretta subito dopo la guerra.
Il fronte si era fermato qui un bel po' e quindi, modestamente, si era stati bombardati di santa ragione; finita la guerra, c'era una gran voglia di vivere normalmente e un gran bisogno di bambini a cui dare i nomi di chi si voleva ricordare.
Dicono che la Maria era un donnone alto, con fianchi larghi per far figli sani e braccia grosse per tirar piadine, mentre Quinto era basso, magrolino e zoppicava pure un po' per via della gamba sgaffa.
Quinto, però, si metteva le spalle larghe delle giacche già passate dai fratelli più grandi e più robusti e così riusciva a sembrare meno mingherlino.
Dicono che la Maria e Quinto, prima di sposarsi, non si fossero mai toccati più di tanto, ché non stava bene e c'era sempre la mamma di lei in mezzo, la sera, quando facevano la veglia a casa di qualcuno; forse un bacio, quando si sono fidanzati, forse altri quando la mamma di lei faceva finta di distrarsi.
Poi si son sposati e quella notte Quinto si è spogliato al buio e ha raggiunto la Maria a letto.
Dicono che allora la Maria ha svegliato mezzo paese, urlando in dialetto a Quinto di raggiungerla subito perchè le era caduto addosso il crocifisso.
Il fronte si era fermato qui un bel po' e quindi, modestamente, si era stati bombardati di santa ragione; finita la guerra, c'era una gran voglia di vivere normalmente e un gran bisogno di bambini a cui dare i nomi di chi si voleva ricordare.
Dicono che la Maria era un donnone alto, con fianchi larghi per far figli sani e braccia grosse per tirar piadine, mentre Quinto era basso, magrolino e zoppicava pure un po' per via della gamba sgaffa.
Quinto, però, si metteva le spalle larghe delle giacche già passate dai fratelli più grandi e più robusti e così riusciva a sembrare meno mingherlino.
Dicono che la Maria e Quinto, prima di sposarsi, non si fossero mai toccati più di tanto, ché non stava bene e c'era sempre la mamma di lei in mezzo, la sera, quando facevano la veglia a casa di qualcuno; forse un bacio, quando si sono fidanzati, forse altri quando la mamma di lei faceva finta di distrarsi.
Poi si son sposati e quella notte Quinto si è spogliato al buio e ha raggiunto la Maria a letto.
Dicono che allora la Maria ha svegliato mezzo paese, urlando in dialetto a Quinto di raggiungerla subito perchè le era caduto addosso il crocifisso.
![]() |
| En passant, Quinto era il quarto di questi qui. |
martedì 28 settembre 2010
Allora
Allora
mi prendi la mano
anche se
non passano macchine
e io penso che
avevo una vita
anche prima di te
ma che
era un sogno
meno bello
di questo
mi prendi la mano
anche se
non passano macchine
e io penso che
avevo una vita
anche prima di te
ma che
era un sogno
meno bello
di questo
lunedì 27 settembre 2010
Miglior Post Sbornia 2010
Un post di servizio.
Allora, abbiam preso su in quattro e siamo andati tutti trotterellando in questo paese su un lagone, dove sembra siano soliti incontrarsi annuamente quelli che scrivono le robe nei blog dopo che per tutto un anno han spalmato la loro fantasia e passione tra dita e tastiere (o quel che è).
Durante il viaggio, mi son sentito come se fossimo gli Smashing Pumpkins, perchè tutti e quattro abbiamo le nostre specialità, ma son diverse (e poi, avevamo quello glabro, quello coi capelli lunghi e pure la bassista bona, oltre me).
Il paese sul lagone è ordinatissimo e civilissimo e io pensavo "Meno male che non son mai dovuto andare a vivere in un posto così palesemente più a modo di me."
Siamo arrivati in tempo per salutare degli amici, per conoscere delle persone amici di amici e per dire svariati "Ah! Ma tu sei..." e viceversa.
Io dovevo sembrare molto accaldato; perchè avevo una giacca blu, di velluto a costine, pensavo sarebbe stato freddo, e perchè mi son portato una pesante borsa di pelle, con libri e cose, e forse ero un po' rosso per tutte le conoscenze e le riconoscenze.
Io dovevo sembrare molto accaldato e probabilmente un po' disidratato, perchè hanno iniziato tutti a darmi da bere.
Prima c'è stato un aperitivone collettivo che son finiti i bicchieri prima della roba da bere, allora mi ricordo che una donna bionda che avevo conosciuto da poco forse era riuscita a ottenere un bicchiere e allora le ho detto tipo "chiedine due per favore, che sei donna e sei bionda" e lei non li otteneva tutti e due, allora ne ha presi due usati da altri, e ci siam fatti riempire quelli, e io pensavo "mi piace come ragiona questa qui".
Poi dovevo sembrar disidratato anche all'aperitivo dopo, lì vicino, perchè mi offrivano da bere.
Mi sa che anche se mi son tolto la giacca, poi, al ristorante, mi sa che sembravo accaldato, perchè ci han offerto altre cose da bere.
Noi comunque s'era andati nel paese sul lagone anche e soprattutto come moderatori di Spinoza, che poi s'è vinto Miglior Blog italiano 2010, Miglior Blog Collettivo e, con "Celere alla celere", Miglior Post. (ah, yeah)
"Celere alla celere" l'ho scritto io; non il post, lì sono un sacco gli autori, il titolo. Mi ricordo che ho avuto molto gusto perchè c'era qui il cantante chitarrista degli Smashing Pumpkins che ha scritto una battuta e che poi, di quel quel post, il titolo e la battuta del cantante chitarrista degli Smashing Pumpkins sono stati citati il giorno dopo al TG3.
Insomma, dopo le montagne russe tra le gradazioni alcooliche, ci troviamo in questo posto bello, la sera, dove premiano le robe di blog e io sto telefonando a un'amica per dirle succede questo e succede quello e succede pure che in quel momento "Celere alla celere" viene premiato come Miglior Post dell'Anno e la gente applaude e uno di quelli che in Spinoza han veramente voce in capitolo mi piglia e tira sul palco per la premiazione.
Io salgo sul palco che sto ancora salutando al telefono e mi sento un po' come avrebbe dovuto sentirsi Berlusconi quando lo aspettava la Merkel ma lui era al telefono -dice- con Erdogan, tanto che il signore che mi passa il microfono mi dice sottovoce "con calma, eh" e io mi ricordo che sono su un palco e penso "magari".
Poi guardo davanti a me e non vedo niente perchè ho delle luci forti in faccia, forse un po' della prima fila con uno coi jeans che mi guarda, quindi sto zitto.
Forse, troppo.
Poi inizio a parlare e ringrazio e ricordo che Spinoza è Spinoza grazie a Stark e Eio, alla gente che ci scrive e molto anche grazie agli Alfieri, che chiedo di citare al cantante chitarrista degli Smashing Pumpkins, che è molto schivo ma che -vuoi che nelle montagne russe tra gradazioni c'era pure lui e vuoi l'appoggio morale che mi voleva dare- son riuscito a far venire sul palco.
Poi mi chiedono di "Celere alla celere" e io dico che il bello di scrivere su Spinoza è che te fai nascere queste pataccate nel tuo salotto, che ridi e pensi e ti diverti, poi le condividi con altri che ridono e pensano e si divertono e poi magari può succedere che grazie a queste cose con cui ridi e pensi e ti diverti e che condividi, il giorno dopo ti trovi al telegiornale e termino con una cosa tipo "anche se spiegata così, sembra che parlo della marijuana fatta in casa".
Non mi ricordo molto molto, però quello coi jeans in prima fila ride e pure gli altri, riringraziamo e ci applaudono, scendo dal palco e qualcuno che ho piacere mi abbracci mi abbraccia e una ragazza mi dice "sei stato bravo, comunque."

La prima e unica foto dalla nascita di SegnoDisegnO
Allora, abbiam preso su in quattro e siamo andati tutti trotterellando in questo paese su un lagone, dove sembra siano soliti incontrarsi annuamente quelli che scrivono le robe nei blog dopo che per tutto un anno han spalmato la loro fantasia e passione tra dita e tastiere (o quel che è).
Durante il viaggio, mi son sentito come se fossimo gli Smashing Pumpkins, perchè tutti e quattro abbiamo le nostre specialità, ma son diverse (e poi, avevamo quello glabro, quello coi capelli lunghi e pure la bassista bona, oltre me).
Il paese sul lagone è ordinatissimo e civilissimo e io pensavo "Meno male che non son mai dovuto andare a vivere in un posto così palesemente più a modo di me."
Siamo arrivati in tempo per salutare degli amici, per conoscere delle persone amici di amici e per dire svariati "Ah! Ma tu sei..." e viceversa.
Io dovevo sembrare molto accaldato; perchè avevo una giacca blu, di velluto a costine, pensavo sarebbe stato freddo, e perchè mi son portato una pesante borsa di pelle, con libri e cose, e forse ero un po' rosso per tutte le conoscenze e le riconoscenze.
Io dovevo sembrare molto accaldato e probabilmente un po' disidratato, perchè hanno iniziato tutti a darmi da bere.
Prima c'è stato un aperitivone collettivo che son finiti i bicchieri prima della roba da bere, allora mi ricordo che una donna bionda che avevo conosciuto da poco forse era riuscita a ottenere un bicchiere e allora le ho detto tipo "chiedine due per favore, che sei donna e sei bionda" e lei non li otteneva tutti e due, allora ne ha presi due usati da altri, e ci siam fatti riempire quelli, e io pensavo "mi piace come ragiona questa qui".
Poi dovevo sembrar disidratato anche all'aperitivo dopo, lì vicino, perchè mi offrivano da bere.
Mi sa che anche se mi son tolto la giacca, poi, al ristorante, mi sa che sembravo accaldato, perchè ci han offerto altre cose da bere.
Noi comunque s'era andati nel paese sul lagone anche e soprattutto come moderatori di Spinoza, che poi s'è vinto Miglior Blog italiano 2010, Miglior Blog Collettivo e, con "Celere alla celere", Miglior Post. (ah, yeah)
"Celere alla celere" l'ho scritto io; non il post, lì sono un sacco gli autori, il titolo. Mi ricordo che ho avuto molto gusto perchè c'era qui il cantante chitarrista degli Smashing Pumpkins che ha scritto una battuta e che poi, di quel quel post, il titolo e la battuta del cantante chitarrista degli Smashing Pumpkins sono stati citati il giorno dopo al TG3.
Insomma, dopo le montagne russe tra le gradazioni alcooliche, ci troviamo in questo posto bello, la sera, dove premiano le robe di blog e io sto telefonando a un'amica per dirle succede questo e succede quello e succede pure che in quel momento "Celere alla celere" viene premiato come Miglior Post dell'Anno e la gente applaude e uno di quelli che in Spinoza han veramente voce in capitolo mi piglia e tira sul palco per la premiazione.
Io salgo sul palco che sto ancora salutando al telefono e mi sento un po' come avrebbe dovuto sentirsi Berlusconi quando lo aspettava la Merkel ma lui era al telefono -dice- con Erdogan, tanto che il signore che mi passa il microfono mi dice sottovoce "con calma, eh" e io mi ricordo che sono su un palco e penso "magari".
Poi guardo davanti a me e non vedo niente perchè ho delle luci forti in faccia, forse un po' della prima fila con uno coi jeans che mi guarda, quindi sto zitto.
Forse, troppo.
Poi inizio a parlare e ringrazio e ricordo che Spinoza è Spinoza grazie a Stark e Eio, alla gente che ci scrive e molto anche grazie agli Alfieri, che chiedo di citare al cantante chitarrista degli Smashing Pumpkins, che è molto schivo ma che -vuoi che nelle montagne russe tra gradazioni c'era pure lui e vuoi l'appoggio morale che mi voleva dare- son riuscito a far venire sul palco.
Poi mi chiedono di "Celere alla celere" e io dico che il bello di scrivere su Spinoza è che te fai nascere queste pataccate nel tuo salotto, che ridi e pensi e ti diverti, poi le condividi con altri che ridono e pensano e si divertono e poi magari può succedere che grazie a queste cose con cui ridi e pensi e ti diverti e che condividi, il giorno dopo ti trovi al telegiornale e termino con una cosa tipo "anche se spiegata così, sembra che parlo della marijuana fatta in casa".
Non mi ricordo molto molto, però quello coi jeans in prima fila ride e pure gli altri, riringraziamo e ci applaudono, scendo dal palco e qualcuno che ho piacere mi abbracci mi abbraccia e una ragazza mi dice "sei stato bravo, comunque."
La prima e unica foto dalla nascita di SegnoDisegnO
mercoledì 22 settembre 2010
Vola, Poldo, vola!
Questo mi è venuto in mente leggendo questo sul blog di un Amico, che vi consiglio.
Il blog, vi consiglio.
Pure l'amico, se ci riuscite.
E' un po' lungo, scusate.
Questo, non l'amico.
L'amico è alto, ma non c'entra.
A meno che non giochi in porta, essendo alto.
No, ma comunque, non credo.
(già che si parla di cose che non c'entrano:
secondo me, i Baustelle dovrebbero smettere subito.
Ora, al culmine della carriera.)
"Due a due. Due a due, va benissimo.", pensavano i sostenitori della Juvenes Sassofrollo.
"Due a due. Due a due, porcadellatroia.", pensavano i sostenitori della Virtus Sanfarlocco.
"Due a due." e il punticino in classifica rimediato avrebbe, infatti, fatto salire di categoria il Sassofrollo ai danni del Sanfarlocco.
Se il Sanfarlocco avesse vinto fuori casa, invece, i tre punti gli avrebbero permesso la promozione e il salto di categoria a tutta sventura del Sassofrollo.
I due comuni erano pure vicini, e i rapporti buoni; le dispute sulle rispettive giovinotte sassofrollesi o sanfarlocchiane accompagnate dai rispettivi giovanotti sassofrollesi o sanfarlocchiani al lago Pomicione, sulle terre contese a causa dei confini labili o sui cani che abbaiavano troppo o troppo poco venivano risolte civilmente da quando i pallettoni avevano lasciato il posto al sale.
Ma se si parlava di calcio, si parlava di roba seria.
Roba da prendere o essere presi per il culo almeno per un anno, poi, stavolta.
In porta il Sassofrollo schierava Leopoldo Fungazzi detto Poldo, entrato all'82° a seguito delli crisi di nervi del portiere titolare che, preso il gol del pareggio non senza responsabilità, si era sentito lasciare dalla morosa tramite grido della stessa proveniente dagli spalti, con conseguente ovazione dell'intero pubblico -amico ed avverso- del piccolo stadio.
Forse la crisi di nervi del portiere titolare sassofrollese era stata facilitata anche dal grido di risposta di sua madre, indirizzato all'ormai ex nuora: "Brava!"
Esaurite le sostituzioni, 9 contro 9 a causa della punta di nervosismo che aveva caratterizzato la partita e non concedendosi dunque eccessivi tatticismi, le squadre davano l'anima, chi per mantenere e chi per cambiare il risultato quando, al quinto minuto di recupero, l'esausta compagine sanfarlocchiana -motivata dalla balestra brandita dal Mister di riferimento- si riversò completamente dentro l'area sassofrollese dando luogo ad un ultimo attacco disperato a cui la rappresentanza sanfarlocchiana -spronata dalle foto dei figli dei giocatori tenute in mano dal Mister di riferimento e, in parte, anche dalle sue grida "So dove vanno a scuola!"- rispondeva con un muro umano facendo rimbalzare ogni tiro contro difensive schiene, cosce, teste, ginocchia e, forse, una sola mano.
Mano.
Fischio dell'arbitro.
Silenzio.
Rigore.
Ancora più silenzio di silenzio.
Sostenitori e giocatori del Sassofrollo non osavano protestare.
Sostenitori e giocatori del Sanfarlocco non osavano gioire.
Sommesso, s'udiva in lontananza solo il pianto del primo portiere, prontamente zittito con un lancio di zoccolo dalla di lui madre.
Adesso, silenzio silenzio davvero davvero.
Leopoldo Fungazzi detto "Poldo" assunse posizione, atteggiamento ed espressione a metà tra il San Sebastiano trafitto e Rommel.
Per il Sanfarlocco, si accinse a battere l'estrema punizione Lamberto Sparagna detto "Ramon" dal lunedì al venerdì e "El Loco" di domenica. Il sabato spariva non si sa dove e nessuno lo chiamava o nomignolava."Ramon" era dovuto al fatto che era un gran trombratore trasversale di tabaccaie (sia sassofrollesi che sanfarlocchiane) e "El Loco" era dovuto a come giocava, per l'appunto, ogni domenica: faceva diventare facile ciò che era difficile e facilissimo ciò che era facile, ma anche complicato ciò che era semplice e arzigogolato ciò che era elementare.
El Loco. Palla. 11 metri. Poldo. Porta.
Silenzio silenzio silenzio, davvero davvero davvero.
Poldo si astrasse e per lui il tempo si fermò.
Rivide il suo primo allenatore, uno scoppiato amante del Negroni bello carico che aveva dietro di sè una vita piena di scommesse perse ma che, quasi, come portiere ce l'aveva fatta. Poi si era dovuto ritirare a Sassofrollo per una storia di sesso, erba e zampone avuta con la moglie del suo ultimo Presidente.
Poldo lo rivide che gli diceva "Guarda la punta, Poldo! Quando ti tirano un rigore, guarda la punta! Tu ti devi muovere prima, se senti il rumore dello scarpino contro la palla, è troppo tardi.
Non è un cecchino comune, è un attaccante: non sei salvo se senti il rumore, quindi sei ancora vivo e ti tuffi da una parte; sei salvo se ti tuffi prima di sentire il rumore.
E devi sapere dove tuffarti, perchè l'attaccante è l'unico cecchino che prova a non prenderti e cerca di confonderti, e prende una rincorsa ubriaca e troia, e mette il corpo da una parte ma tira da un'altra come la vita.
E allora guarda la punta, guarda il piede che sta a terra, non quello che calcia: la palla va dove indica quella punta! E ti puoi tuffare prima, mentre la gamba che calcia scende veloce, perchè quella punta é spia, ti dice dove l'altro piede manda la palla.
Guarda la punta, tuffati nella direzione che ti indica e tieni le braccia larghe a occupare la porta!
Buttati sempre convinto dove indica quella cazzo di punta, Poldo!"
El Loco. Palla. 11 metri. Poldo. Porta.
Fischio. El Loco inizia la rincorsa.
Sembra che voli, che faccia piroette.
Poldo è tranquillo, sa cosa fare.
Poldo è steso a pelle di leone 3 metri davanti alla porta, si è tuffato in avanti a braccia larghe, il suo naso ha arato, è per più di metà dentro il fango e la terra e fa male.
El Loco si è girato di spalle alla porta e ha tirato di tacco.
Gran gol.
Il blog, vi consiglio.
Pure l'amico, se ci riuscite.
E' un po' lungo, scusate.
Questo, non l'amico.
L'amico è alto, ma non c'entra.
A meno che non giochi in porta, essendo alto.
No, ma comunque, non credo.
(già che si parla di cose che non c'entrano:
secondo me, i Baustelle dovrebbero smettere subito.
Ora, al culmine della carriera.)
"Due a due. Due a due, va benissimo.", pensavano i sostenitori della Juvenes Sassofrollo.
"Due a due. Due a due, porcadellatroia.", pensavano i sostenitori della Virtus Sanfarlocco.
"Due a due." e il punticino in classifica rimediato avrebbe, infatti, fatto salire di categoria il Sassofrollo ai danni del Sanfarlocco.
Se il Sanfarlocco avesse vinto fuori casa, invece, i tre punti gli avrebbero permesso la promozione e il salto di categoria a tutta sventura del Sassofrollo.
I due comuni erano pure vicini, e i rapporti buoni; le dispute sulle rispettive giovinotte sassofrollesi o sanfarlocchiane accompagnate dai rispettivi giovanotti sassofrollesi o sanfarlocchiani al lago Pomicione, sulle terre contese a causa dei confini labili o sui cani che abbaiavano troppo o troppo poco venivano risolte civilmente da quando i pallettoni avevano lasciato il posto al sale.
Ma se si parlava di calcio, si parlava di roba seria.
Roba da prendere o essere presi per il culo almeno per un anno, poi, stavolta.
In porta il Sassofrollo schierava Leopoldo Fungazzi detto Poldo, entrato all'82° a seguito delli crisi di nervi del portiere titolare che, preso il gol del pareggio non senza responsabilità, si era sentito lasciare dalla morosa tramite grido della stessa proveniente dagli spalti, con conseguente ovazione dell'intero pubblico -amico ed avverso- del piccolo stadio.
Forse la crisi di nervi del portiere titolare sassofrollese era stata facilitata anche dal grido di risposta di sua madre, indirizzato all'ormai ex nuora: "Brava!"
Esaurite le sostituzioni, 9 contro 9 a causa della punta di nervosismo che aveva caratterizzato la partita e non concedendosi dunque eccessivi tatticismi, le squadre davano l'anima, chi per mantenere e chi per cambiare il risultato quando, al quinto minuto di recupero, l'esausta compagine sanfarlocchiana -motivata dalla balestra brandita dal Mister di riferimento- si riversò completamente dentro l'area sassofrollese dando luogo ad un ultimo attacco disperato a cui la rappresentanza sanfarlocchiana -spronata dalle foto dei figli dei giocatori tenute in mano dal Mister di riferimento e, in parte, anche dalle sue grida "So dove vanno a scuola!"- rispondeva con un muro umano facendo rimbalzare ogni tiro contro difensive schiene, cosce, teste, ginocchia e, forse, una sola mano.
Mano.
Fischio dell'arbitro.
Silenzio.
Rigore.
Ancora più silenzio di silenzio.
Sostenitori e giocatori del Sassofrollo non osavano protestare.
Sostenitori e giocatori del Sanfarlocco non osavano gioire.
Sommesso, s'udiva in lontananza solo il pianto del primo portiere, prontamente zittito con un lancio di zoccolo dalla di lui madre.
Adesso, silenzio silenzio davvero davvero.
Leopoldo Fungazzi detto "Poldo" assunse posizione, atteggiamento ed espressione a metà tra il San Sebastiano trafitto e Rommel.
Per il Sanfarlocco, si accinse a battere l'estrema punizione Lamberto Sparagna detto "Ramon" dal lunedì al venerdì e "El Loco" di domenica. Il sabato spariva non si sa dove e nessuno lo chiamava o nomignolava."Ramon" era dovuto al fatto che era un gran trombratore trasversale di tabaccaie (sia sassofrollesi che sanfarlocchiane) e "El Loco" era dovuto a come giocava, per l'appunto, ogni domenica: faceva diventare facile ciò che era difficile e facilissimo ciò che era facile, ma anche complicato ciò che era semplice e arzigogolato ciò che era elementare.
El Loco. Palla. 11 metri. Poldo. Porta.
Silenzio silenzio silenzio, davvero davvero davvero.
Poldo si astrasse e per lui il tempo si fermò.
Rivide il suo primo allenatore, uno scoppiato amante del Negroni bello carico che aveva dietro di sè una vita piena di scommesse perse ma che, quasi, come portiere ce l'aveva fatta. Poi si era dovuto ritirare a Sassofrollo per una storia di sesso, erba e zampone avuta con la moglie del suo ultimo Presidente.
Poldo lo rivide che gli diceva "Guarda la punta, Poldo! Quando ti tirano un rigore, guarda la punta! Tu ti devi muovere prima, se senti il rumore dello scarpino contro la palla, è troppo tardi.
Non è un cecchino comune, è un attaccante: non sei salvo se senti il rumore, quindi sei ancora vivo e ti tuffi da una parte; sei salvo se ti tuffi prima di sentire il rumore.
E devi sapere dove tuffarti, perchè l'attaccante è l'unico cecchino che prova a non prenderti e cerca di confonderti, e prende una rincorsa ubriaca e troia, e mette il corpo da una parte ma tira da un'altra come la vita.
E allora guarda la punta, guarda il piede che sta a terra, non quello che calcia: la palla va dove indica quella punta! E ti puoi tuffare prima, mentre la gamba che calcia scende veloce, perchè quella punta é spia, ti dice dove l'altro piede manda la palla.
Guarda la punta, tuffati nella direzione che ti indica e tieni le braccia larghe a occupare la porta!
Buttati sempre convinto dove indica quella cazzo di punta, Poldo!"
El Loco. Palla. 11 metri. Poldo. Porta.
Fischio. El Loco inizia la rincorsa.
Sembra che voli, che faccia piroette.
Poldo è tranquillo, sa cosa fare.
Poldo è steso a pelle di leone 3 metri davanti alla porta, si è tuffato in avanti a braccia larghe, il suo naso ha arato, è per più di metà dentro il fango e la terra e fa male.
El Loco si è girato di spalle alla porta e ha tirato di tacco.
Gran gol.
domenica 19 settembre 2010
Il balconing è una roba per mammolette
Gente ben più gente di me scrive del balconing. Balconing su, balconing giù. Più che altro, giù.
Il balconing è la moda di lanciarsi da piani sopraelevati (di hotel stanti in località vacanziere) nella piscina. Si fa tipo alle Baleari e tipo anche dal 5° o 7° piano, con prematura dipartita involontaria dell'acuto intelletto che pratica tale sobria attività.
Beh, c'è qualcosa che nessuno ha finora mai osato dire, tanto s'è presi a canzonare questi giovini prematuramente e incolpevolmente spatasciati: il balconing è una roba per mammolette.
Ecco le ultime vere tendenze.
Il cassetting
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e si chiude le dita nei cassetti. Ma ripetutamente.
Il petting alla seconda
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e limona e si tocca con giovani cani o gatti, per iniziare.
Poi prova a incularsi un giaguaro.
Il marketing
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e si mette a studiare ed applicare procedure ed azioni volte a imporre un brand di prodotto o servizio su un mercato il più delle volte già saturo, perdendo la sua anima per sempre.
Il mignoling
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e cammina scalzo nell'appartemanto buio dopo aver spostato comodini, socchiuso porte, acquistato e disseminato per l'ambiente pianoforti a coda.
Il darjeeling
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e si beve un tè. Ma con molta, molta teina.
Il perioding
Il giovane rincasa ebbro e drogatello, sveglia la findanzata che è stata a casa causa mestruazioni e le fa presente che è un po' ingrassata e che inizia a essere anziana per avere figli.
Il free climbing
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e va a scalare pareti rocciose a mani nude, con il solo ausilio di polvere di gesso sui polpastrelli.
Il vanhelsing
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e va alla locanda, chiede dov'è il castello del conte e tutti si zittiscono.
Lo smoking
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e si mette un elegante completo da uomo. Poi si accorge che ha finito le cartine.
Il buc crossing
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e lascia in giro i suoi orefizi (chessò, su una panchina al parco o alla fermata della metropolitana) aspettando che sconosciuti li trovino ed utilizzino.
Il gerunding
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e immagina (o, peggio, scrive) un gerundio che implica un gerundio che implica un gerundio che implica un gerundio così via, finché impazzisce e si scarica la discografia completa dei Baustelle, perché i negozi son chiusi. Domani, li va a comprare originali, il folle.
Lo so che fa male ma, puttana Eva, siete grandi: guardate in faccia la realtà.
Il balconing è la moda di lanciarsi da piani sopraelevati (di hotel stanti in località vacanziere) nella piscina. Si fa tipo alle Baleari e tipo anche dal 5° o 7° piano, con prematura dipartita involontaria dell'acuto intelletto che pratica tale sobria attività.
Beh, c'è qualcosa che nessuno ha finora mai osato dire, tanto s'è presi a canzonare questi giovini prematuramente e incolpevolmente spatasciati: il balconing è una roba per mammolette.
Ecco le ultime vere tendenze.
Il cassetting
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e si chiude le dita nei cassetti. Ma ripetutamente.
Il petting alla seconda
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e limona e si tocca con giovani cani o gatti, per iniziare.
Poi prova a incularsi un giaguaro.
Il marketing
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e si mette a studiare ed applicare procedure ed azioni volte a imporre un brand di prodotto o servizio su un mercato il più delle volte già saturo, perdendo la sua anima per sempre.
Il mignoling
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e cammina scalzo nell'appartemanto buio dopo aver spostato comodini, socchiuso porte, acquistato e disseminato per l'ambiente pianoforti a coda.
Il darjeeling
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e si beve un tè. Ma con molta, molta teina.
Il perioding
Il giovane rincasa ebbro e drogatello, sveglia la findanzata che è stata a casa causa mestruazioni e le fa presente che è un po' ingrassata e che inizia a essere anziana per avere figli.
Il free climbing
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e va a scalare pareti rocciose a mani nude, con il solo ausilio di polvere di gesso sui polpastrelli.
Il vanhelsing
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e va alla locanda, chiede dov'è il castello del conte e tutti si zittiscono.
Lo smoking
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e si mette un elegante completo da uomo. Poi si accorge che ha finito le cartine.
Il buc crossing
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e lascia in giro i suoi orefizi (chessò, su una panchina al parco o alla fermata della metropolitana) aspettando che sconosciuti li trovino ed utilizzino.
Il gerunding
Il giovane rincasa ebbro e drogatello e immagina (o, peggio, scrive) un gerundio che implica un gerundio che implica un gerundio che implica un gerundio così via, finché impazzisce e si scarica la discografia completa dei Baustelle, perché i negozi son chiusi. Domani, li va a comprare originali, il folle.
Lo so che fa male ma, puttana Eva, siete grandi: guardate in faccia la realtà.
lunedì 13 settembre 2010
Cara Umanità
Cara Umanità,
vorrei intanto cominciare questa mia specificando che "cara" é qui inteso sia come "apprezzata, stimata" che come "dispendiosa, onerosa".
Venendo al punto, ci sono gente che é brava a consolare e ci sono gente che é brava a farsi consolare; io, di solito, gioco coi primi e son piuttosto bravo. Gioco ala e dalla mia fascia arrivano traversoni, interessanti aperture e altre robe che funziano, nell'equilibrio globale dell'incontro.
La gente che ci sono che son bravi a e quella che ci sono che son bravi a farsi si possono anche scambiare totalmente o parzialmente.
Di solito, ciò avviene parzialmente e ci sono gente anche magari brava a tutt'e due.
Comunque, io mica tanto.
Soprattutto, ci son delle volte che mi sa son troppo sensibile per questo mondo, quindi delle cose sarebbe meglio cambiassero; dato che non mi par bello (né mi sa che potrei) divenir meno sensibile, mi sembra che sia il mondo, che si dovrebbe sensibilizzare un po'.
Anche solo per spirito di ospitalità, sarebbe una cosa carina, dài.
Sperando che questa mia possa portare ad un primo significativo passo verso quanto auspicato, ringrazio e saluto, anche se mi sa che non cambierà nulla.
Per dirla tutta, ci scommetterei il culo.
vorrei intanto cominciare questa mia specificando che "cara" é qui inteso sia come "apprezzata, stimata" che come "dispendiosa, onerosa".
Venendo al punto, ci sono gente che é brava a consolare e ci sono gente che é brava a farsi consolare; io, di solito, gioco coi primi e son piuttosto bravo. Gioco ala e dalla mia fascia arrivano traversoni, interessanti aperture e altre robe che funziano, nell'equilibrio globale dell'incontro.
La gente che ci sono che son bravi a e quella che ci sono che son bravi a farsi si possono anche scambiare totalmente o parzialmente.
Di solito, ciò avviene parzialmente e ci sono gente anche magari brava a tutt'e due.
Comunque, io mica tanto.
Soprattutto, ci son delle volte che mi sa son troppo sensibile per questo mondo, quindi delle cose sarebbe meglio cambiassero; dato che non mi par bello (né mi sa che potrei) divenir meno sensibile, mi sembra che sia il mondo, che si dovrebbe sensibilizzare un po'.
Anche solo per spirito di ospitalità, sarebbe una cosa carina, dài.
Sperando che questa mia possa portare ad un primo significativo passo verso quanto auspicato, ringrazio e saluto, anche se mi sa che non cambierà nulla.
Per dirla tutta, ci scommetterei il culo.
domenica 5 settembre 2010
Tra traumi
Una volta mi son messo a pensare di scrivere una cosa che aveva come cornice e tema un pensiero irrazionale che mi coglieva. Più una volta di adesso, adesso meno; no no nò adesso meno, grazie. Questo pensiero irrazionale é causato da un trauma cumulativo e non esplosivo (un traumettino oggi, un altro traumettino che si appoggia sul primo e lo veste bene bene e quindi lo porta, e così via).
Mica come il trauma esplosivo, quello classico -che quando si dice "trauma" e basta ci si riferisce a quello- tipo "a quattro anni son entrato in camera loro senza bussare e mi sa che papà e mamma facevano la lotta ma non mi ricordo bene mi sa che erano nudi e che stava vincendo la mamma" o "a sette anni pensavo che volevo rubare una mela e sullo stradone di fronte a me una donna é caduta dal motorino e c'era molto sangue e basta io con i furti, la frutta e i furti di frutta ho chiuso" (mi sembra in seguito devo pure aver sognato di svaligiare un fruttivendolo e che poi c'era stato il terremoto. Non mi fate girare i coglioni che se no sottraggo a qualcuno della macedonia e sono cazzi vostri).
Insomma, a parte le cose scientifiche e oniriche e ortofrutticattoliche, ho pensato Che bello voglio scrivere questa cosa e chissà cosa succederà e cosa mi metterò a scrivere e come finirà!, che non é che sempre si sa come va a finire, dove ti porta scrivere, e comunque pensavo Ma tu vedi ora mi ci calo, mi calo in questo pensiero irrazionale e mi puccio nella paura e ci gioco e lascio che le parole la nominino e che il doverla descrivere mi faccia pure mettere le cose anche in fila, mi faccia scegliere una sequenza minima, ma mica un cristone di raccontone, anche un cristino di raccontino va bene! e continuavo a pensare Ma che culo, ma tu dimmi se uno -cioé- si deve ritrovare che può fare questa cosa e non ci aveva mai pensato ma poi io ora -eh eh- la faccio ed é tipo un'autoterapia e chissà dove mi porterà e come verrà e come ristrutturerò questo significato di questa paura che era nera nera ma ora mi sto chiedendo già come vestirla, che sensazioni darle! e concludevo Sarà comunque utile, che bello lo faccio son gasato -ah ah, sì sì- lo faccio!
Poi ho scoperto, leggendo le notizie, che quello che quella paura descrive è successo a un'altra persona, davvero, e ho smesso di respirare.
Allora ho pensato Adesso scrivo che volevo scrivere una cosa sulla paura dovuta a un pensiero irrazionale dovuto a un trauma cumulativo ma non lo so se riesco perché ho avuto un trauma esplosivo mentre pensavo di scriverla, tant'é che ho smesso di respirare.
Per ora funziona.
Mica come il trauma esplosivo, quello classico -che quando si dice "trauma" e basta ci si riferisce a quello- tipo "a quattro anni son entrato in camera loro senza bussare e mi sa che papà e mamma facevano la lotta ma non mi ricordo bene mi sa che erano nudi e che stava vincendo la mamma" o "a sette anni pensavo che volevo rubare una mela e sullo stradone di fronte a me una donna é caduta dal motorino e c'era molto sangue e basta io con i furti, la frutta e i furti di frutta ho chiuso" (mi sembra in seguito devo pure aver sognato di svaligiare un fruttivendolo e che poi c'era stato il terremoto. Non mi fate girare i coglioni che se no sottraggo a qualcuno della macedonia e sono cazzi vostri).
Insomma, a parte le cose scientifiche e oniriche e ortofrutticattoliche, ho pensato Che bello voglio scrivere questa cosa e chissà cosa succederà e cosa mi metterò a scrivere e come finirà!, che non é che sempre si sa come va a finire, dove ti porta scrivere, e comunque pensavo Ma tu vedi ora mi ci calo, mi calo in questo pensiero irrazionale e mi puccio nella paura e ci gioco e lascio che le parole la nominino e che il doverla descrivere mi faccia pure mettere le cose anche in fila, mi faccia scegliere una sequenza minima, ma mica un cristone di raccontone, anche un cristino di raccontino va bene! e continuavo a pensare Ma che culo, ma tu dimmi se uno -cioé- si deve ritrovare che può fare questa cosa e non ci aveva mai pensato ma poi io ora -eh eh- la faccio ed é tipo un'autoterapia e chissà dove mi porterà e come verrà e come ristrutturerò questo significato di questa paura che era nera nera ma ora mi sto chiedendo già come vestirla, che sensazioni darle! e concludevo Sarà comunque utile, che bello lo faccio son gasato -ah ah, sì sì- lo faccio!
Poi ho scoperto, leggendo le notizie, che quello che quella paura descrive è successo a un'altra persona, davvero, e ho smesso di respirare.
Allora ho pensato Adesso scrivo che volevo scrivere una cosa sulla paura dovuta a un pensiero irrazionale dovuto a un trauma cumulativo ma non lo so se riesco perché ho avuto un trauma esplosivo mentre pensavo di scriverla, tant'é che ho smesso di respirare.
Per ora funziona.
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