mercoledì 9 marzo 2011

On diménd (domani? di domenica?)

Io quelli che iniziano a scrivere le robe con "io" quando davvero parlano di loro spesso faccio fatica a sbatterli, mi sembran vanitosi, che debbano affittare un garage per l'ego, che non abbiano lo sviluppo emotivo cotto a puntino.
Io infatti non è che mi sbatto molto ultimamente, mi malsopporto, un po' mi sgrido anche e poi mi sono inventato un amico immaginario che ogni tanto mi dà una gomitata per darmi una regolata (si chiama Cionco. Cionco, saluta i ragazzi. Muove la mano, Cionco, lui è uno di poche parole).
Io -per inciso- non mi prendo proprio coi gatti, anche se voglio bene a un sacco di gente che vuole bene ai gatti, ma la propietà transitiva dell'affetto se tra le variabili ci siamo io e i gatti mi sa che non si applica; ci assomigliamo troppo, coi gatti: siam pigri e territoriali, vivremmo solo la notte, facciam le fusa spesso ma guai a fraintendere sulle giuste distanze.
Io -a proposito di creature pigre e che si fermano a fissare cose che non si sa- è un periodo che voglio scrivere delle cose e le ho anche un po' -parecchio- in testa però non c'è mezzo, anche solo rispondere bene ai commenti, da un po' non c'è verso; poco tempo fa pensavo dai oh adesso rispondo mi ci metto e rispondo benino e ora mi ritrovo Cionco che mi sgomita e dice non hai ancora risposto?! sei un merdone assassino.
Io tipo son tre mesi che ho iniziato un racconto lungo per uno che me l'ha chiesto e sono ancora a metà, non so più in che lingua scusarmi, pure Cionco quando penso a quel racconto mi guarda severo sQuotendo la testa perchè ormai gli fan male i gomiti (Cionco ha un'età; va per i quaranta).
Io allora pensavo ma dai ma vivalamadònna ma è internet, che è sta fruizione a posteriori? Li faccio interagire anche prima, si prendan delle responsabilità vividdio.
Io insomma volevo dire che ho in testa tre cose, una è tipo sulla morte ( mi sono accorto che scrivo spesso sulla morte o partendo dal punto di vista di uno già morto. Così, per essere sicuro che le cose possano solo migliorare, forse), una è sul marketing e sul fare la spesa (che poi mi sono accorto che ho già scritto sul fare la spesa e che anche lì c'erano un sacco di morti e alla fine moriva anche il tipo che faceva la spesa) , una mi parte sull'amore ma poi naturalmente non so dove mi va a parare (non escludo che possa morire qualcuno, certo).
Io vorrei che mi diceste quale volete; arrivato a una decina di commenti parto a scrivere, forse.

Vado a consolare Cionco, giurerei che è di là che singhiozza con la testa tra le mani perché s'è accorto che ho pensato magari muoio e viene fuori che son stato il capostipite della Necroratura.

mercoledì 23 febbraio 2011

C'ho un amico (poesia senza rima nè metrica)

Io c'ho un amico
che gli sono grato
tra l'altro
perché lo amo
ma non lo limonerei
e quindi son sicuro sicuro,
che mi piace la pavaiotta.

Si è dimenticato
la sciarpa a casa mia
una mattina
perché non voleva andare via
per davvero
e io fumo con la sua sciarpa,
e penso "chi sa come sta."

Il mio amico
è del tipo
che se lo chiamo a Rimini
e gli dico
"Son nel fosso. A Perugia.", tipo
lui parte e mi tira fuori,
senza domande che non voglio.

Lui di tutti
il mio amico
non mi ha mai tradito.
Solo una volta,
mi ricordo perché la pancia mi urlava,
ma poi è venuto fuori
che aveva fatto bene così.

Il mio amico
è diverso diverso da me,
appena sveglio fuma sul divano.
Per delle robe è meglio di me
ma in un altro modo.
Se poi muoio  davvero, son contento
perchè da lui mi son lasciato conoscere.

Anche lui, penso.

sabato 19 febbraio 2011

Le cose che avrei voluto dire/5

Continua il mio non sfangare buone fette di umanità.
Laonde per cui, continua anche la solare e proattiva rubrica "Le cose che avrei voluto dire", giunta oramai al suo quinto conciliante capitolo.
Eccolo qui.





















Gli altri sereni e costruttivi capitoli son qui, qui, qui e qui.
E qui. Non lo faccio più, scusate.
 Se qualcuno vuole un originale, mi scrive qui o qui e -se non è già andato via (il disegno, non quello che lo vuole)- glielo mando (anche se non è andato via quello che vuole il disegno, in effetti).
Bòn.
State bene.

Edit:
Logicamente ve li mando per gusto mio, non costano nulla, ci mancherebbe.

lunedì 14 febbraio 2011

Creeptyca

- balsamo per lei (chiedere quale)
- spazzolini
- termometro
- carta igienica
- pane in cassetta
- biscotti

C'è sempre poca gente al centro commerciale, il lunedì pomeriggio, - pensava- e oggi parecchi mi sembrano particolarmente brutti. Malaticci, segnati. Qualcuno pare intorpidito, imbambolato. Boh.
Il lettore mp3 non lo portava con sè da anni. Gli sembrava troppo giovanilistico e comunque gli piaceva sentire le voci, i rumori. Quella volta, però, l'aveva visto fuori posto e l'aveva messo in tasca meccanicamente, per poi dimenticarsene e andare a fare la spesa. Tastandosi la tasca per controllare di avere ancora le chiavi della macchina, se ne accorse e pensò Ah, già. Vabbuò, stai lì e rimani spento, a dormire.

- pane in cassetta
- biscotti
- pan carré
- formaggini
- yogurt
- insalata

Faceva freddo, vicino ai banchi frigo dei latticini e lui pensò Devo fare pipì. e sorrise. Che storia, come quando mi porto i bambini, che devo sempre mollare il carrello al banco informazioni per portarli in bagno. Quei piscioni -eh eh-, come ieri sera mentre leggevo 'Il lupo e i sette capretti', sempre  a fare un giretto al bagno. "Glielo posso lasciare un attimo? -disse alla signorina con la cartellina in mano- Torno subito, il tempo di fare una telefonata." e lei acconsentì sorridendo. Boh, stanno in mezzo e sembrano tutti invorniti si disse, raggiungendo il bagno. Bottoni. Mutanda. Sollievo. Sentì in lontananza un forte rumore, un colpo secco, e non ci fece caso. Sciacquone. Bottoni. Porta. Lavandino.
Entrò di corsa un uomo, lo urtò e si infilò in un bagno. "Ma che cazz..." disse. Ma niente, l'uomo s'era già chiuso a chiave. Deve scapparti forte, testa di cazzo. Spero che tu ti sia cagato addosso per metà, maleducato. pensò, per poi continuare Fanculo, se siete brutti oggi. Mi isolo., tirò fuori il lettore mp3, si  mise le cuffie e lo attivò.
Un paio di persone, tra lui e il suo carrello. Imbambolate. Il carrello era al suo posto ma la signorina gentile non c'era più. C'era la sua cartellina, abbandonata sul bancone.
Avrà avuto da fare, peccato non poterla ringraziare. E poi era carina.

- yogurt
- insalata
sottilette
- cotto da toast
- carne
- frutta


Acquattato da qualche parte dentro l'mp3, il simulacro di Stone Gossard partiva da solo con un riff in LA mentre lui pensava Diomadonna, la schitarrata di Alive anche vent'anni di distanza è una roba da far scaraventare i culi su dalle sedie. Dovrebbe essere obbligatoria a scuola., quando notò due donne malconce che gli si facevano incontro. Una zoppicava, pure.
Ma che, fanno entrare i barboni o gli psichiatrici senza accompagnatori, e pure trasandati?! pensò. Non fece in tempo a finir di dire "Signora, sta bene?", che sentì uno spintone alle spalle e cadde sbattendo sul carrello prima di rovinare a terra, ai piedi delle donne che ormai lo avevano raggiunto.
Iniziò istintivamente a scalciare e a tirare pugni alla rinfusa, mentre i quattro zombie si accanivano su di lui.
Fece in tempo a  pensare I bimbi sono a casa. Dio, fa' che abbiano compreso la favola, fa' che non aprano la porta a nessuno che non riconoscono.

venerdì 4 febbraio 2011

Gina Jam (uno scritto autobiografico pieno di rock star, incidentali, parenti e parentetiche)

Mia nonna Gina si chiamava in realtà Virginia (cosa che permette ancor oggi a mio padre di affermare in piena coscienza Non viaggio molto ma sono stato nove mesi in Virginia) e trattava su tutto il trattabile. Io da piccolo mi vergognavo ad andare al mercato -e soprattutto nei negozi- con lei perchè chiedeva sconti di continuo e lottava anche sulle duecento lire, e tirava dritto sorridendo finchè non la spuntava (sorrideva spessissimo e rideva spesso, della grossa [l'ultima volta che l'ho vista viva ero da solo con lei in Rianimazione e le ho detto Porca boia nonna sei piena di fili e di lucine, sembri un flipper e lei ha risposto ridendo e tutta stimandosi Hai visto come mi badano bene?]). Poi ho capito che mia nonna Gina s'era sciroppata gli effetti di due guerre mondiali e che dai debiti aveva costruito una casa, mentre io le guerre e la casa me le sono trovate già fatte e quindi ora un po' mi vergogno perchè mi vergognavo. Faceva spesso piada e cassoni o pasta fatta a mano per tre famiglie e ci diceva sempre quanto aveva risparmiato facendoli lei anzichè comprarli.
Nonna Gina contrapponeva a questo pubblico risparmiare una generosità privata composta (oltre che dalle sue attenzioni) dalla "pensione", una piccola somma che regalava a noi nipoti quando le arrivava la pensione e da piccoli prestiti che ci faceva e definiva ridendo "a fondo perduto".
Io quando avevo ventuno anni facevo l'università, suonavo il basso in un gruppo che qui in zona (e anche un po' più in là) diceva la sua e dovevo trentamila lire a mia nonna Gina (e anche se me li avrebbe regalati traquillamente, quella volta ci tenevo a restituirglieli [non mi ricordo il perchè]).
Attorno a quegli anni, inoltre, cercavo di diventare una rock star e di morire giovane lasciando un bel cadavere e andavo anche a un sacco di concerti; mi son visto tipo gli Smashing Pumpkins quando ancora avevano la bassista bionda (quella volta mi sono piazzato strategicamente in mezzo a un gruppetto di ragazze così quando partiva il casino non mi menavano molto e queste alla prima nota si sono trasformate in indemoniate che mi han preso per ore a gomitate negli organi nobili [che io mi ricordo pensavo Al limite volevo morire su un palco, mica di fronte]), i Soundgarden (approfitterei per dire Mi spiace, Soundgarden, che vi abbiamo tirato i sassetti della ghiaia [che dalle casse si sentivano i "tic tic" sui piatti della batteria], perchè in generale suonavate benissimo tranne il bassista che era più di là che di qua [e poi quando sbagliava di continuo e noi pubblico rumoreggiavamo non doveva proprio farci il gesto dei soldi come dire "Voi avete pagato per essere qui"; dopo ci credo che vi tiriamo i sassetti della ghiaia. E poi, Soundgarden, lui comunque alla fine ci ha tirato addosso il basso -che io non ho mai visto un Fender Precision essere frantumato con quelle velocità e foga- per cui mi spiace ma mi sembra che siamo pari.]), i Pearl Jam (che siamo arrivati fuori da questo posto enorme dove c'era il concerto -vicino a una città grigia grigia- tre ore prima e mentre aspettavamo fuori, a gruppetti, al di là delle transenne [a una ventina di metri da noi] c'era della gente che giocava a pallone e un po' goffamente si passavano la palla. A un certo punto la palla gli rimbalza male, supera le transenne e mi rimbalza vicino, allora si avvicina a cinque-sei metri uno di quelli al di là delle transenne [aveva un giubbotto semiaperto e vedevo una freccia bianca sulla parte alta della maglietta nera, gli occhiali da sole e un berrettone], alza la mano e quando vede che lo guardo mi indica la palla. Io ho pensato Adesso ti faccio vedere come giochiamo noi italiani, adesso palleggio e te la mando lì giusta giusta poi invece mi son detto Va là non facciamo figure, che ho gli anfibi, l'ho solo stoppata e tirata con un piatto comodo comodo e lui ha alzato di nuovo la mano come dire Grazie e io ho alzato la mano come dire Tranquillo [però pensavo Te non dovresti essere dentro tipo a montare il palco o attaccato a un mixer?]. Poi son passate tre ore e Eddie Vedder è salito sul palco da solo con una chitarra per fare The Kids are alright degli Who prima del gruppo di supporto, perchè Eddie Vedder è un signore ed è fan degli Who. E Eddie Vedder aveva la maglietta del Live at the Marquee degli Who uguale alla mia [che me l'aveva portata la mia ex ragazza dell'epoca da Londra quando non era ex e che poi mia madre avrebbe buttato via, al che io ho pensato che volevo buttare via lei ma poi ho cambiato idea] e un berrettone. E la maglietta nera di Eddie Vedder aveva -come la mia- in alto la freccia bianca della scritta The Who e allora io ho realizzato e ho detto al primo che ho trovato di fianco a me Tecnicamente, ho giocato a pallone con Eddie Vedder e questo [che era uno sconosciuto] mi ha detto Tecnicamente, va a cagare) e altri gruppi che non sto a dire se no sembro verboso.
A un certo punto viene fuori che i Nirvana venivano in Italia e quelli del gruppo mi dicono Andiamo? e io rispondo No guarda, vorrei tanto ma non ci sto dentro, che devo ridare trentamila lire a mia nonna, sarà per la prossima volta che i Nirvana vengono in Italia e loro sono andati.
Poi Kurt Cobain si è sparato nella faccia e tutti eravamo piuttosto dispiaciuti, io particolarmente (però ero pure contento perchè avevo ridato le trentamila lire a mia nonna Gina, anche se non le voleva e avevo fatto fatica a restituirgliele).
Da quella volta, son convinto che, se c'è qualcosa dopo la morte, quando muoio se incontro Kurt Cobain non faccio in tempo a dirgli Ma che cazzo Kurt capisco tutto ma avevi una bambina e poi se ti spari nella faccia, non ce n'è, mica lasci un bel cadavere che lui mi interrompe e dice Mettiti a sedere che tua nonna ha trattato e sorriso e ancora sorriso e trattato finchè non ho accettato di suonare per te due ore, quando t'avrei incontrato. M'ha dato quindicimila lire.

***

Questo scritto autobiografico pieno di rock star, incidentali, parenti e parentetiche è dedicato a Donato (molto) e a Francesco (molto molto molto). E alle loro nonne.

domenica 23 gennaio 2011

Berlusconi dice la verità

Mi scuso per l'intermezzo serio.
Se ogni tanto, passando da qui, fate un sorriso e se volete farne ora, andatevene altrove.

Il punto è che Berlusconi dice la verità.
Secondo me la verità che comunichiamo è la descrizione della realtà tramite i fatti che scegliamo per parlarne e della nostra percezione di quei fatti.
Se noi pensiamo ad una verità, possiamo non comunicarla e per noi rimarrà valida senza mutare minimamente.
Se noi diciamo la verità illustriamo con coerenza la nostra percezione dei fatti su cui intendiamo essere veritieri ma, dato che la percezione dei fatti può essere soggettiva, una comune verità è quindi frutto di un accordo tra soggetti che cercano di intendersi e concordare su una visione della realtà che dunque, per loro, costituirà una verità condivisa.
E io temo che Berlusconi stia dicendo la verità. Altri, più o meno strumentalmente, la condividono -ma questo è un altro argomento.
Quando Berlusconi dice di non aver mai pagato nessuna donna perchè lo intrattenesse, ci crede: secondo me, dal suo punto di vista e quindi secondo la sua verità, le ragazze che frequentavano Arcore lo facevano veramente perchè affascinate e desiderose di compiacerlo, divertite dalle sue barzellette, sedotte dal suo carisma.
I passaggi di denaro per Berlusconi non rappresentano il pagamento di una prestazione -e lo dico senza alcuna ironia- ma una donazione a persone che lo ammirano e che lui può omaggiare, ripagato quantomeno dalla sua percezione -un'altra sua verità- di splendere ai loro occhi.
La ripetuta e numerosa presenza di ballerine - nella migliore delle ipotesi - non ancora trentenni in consessi che annoveravano solo lui o lui e un paio di ospiti al massimo, non rappresentano per il settantaquattrenne Berlusconi un'inopportunità, ma uno svago più che lecito anche se a concederselo è un'alta carica istituzionale; questa è per lui un'altra verità.
Il discredito e l'incredulità del mondo di fronte a fatti del genere non sono per Berlusconi motivo per dimettersi o di vergogna, poichè la verità del nostro gli racconta che tali discredito ed incredulità sono marginali e gonfiati -se non inventati- da chi gli è avverso, e comunque non in grado di ledere gli interessi o l'immagine del Paese.

Io non credo che Berlusconi -io non credo che nessuno- possa mentire così bene (se mentisse al Paese, sarebbe gravissimo, ma lui sa di non farlo), io credo che Berlusconi dica la verità.
Per questo siamo veramente nei guai.

martedì 18 gennaio 2011

E dire che era ateo

La notte, studiava da pipistrello
perché ogni giorno era meno bello.

Un mattino guardò il passato
e lo trovò piuttosto perdonato.

Alle nove aveva smesso di fumare,
alle undici aveva smesso di mangiarsi le unghie,
all'una era a dieta e
alle tre aveva trovato lavoro.

Verso l'ora di merenda lo impattò il destino
che quella volta aveva la forma d'un camioncino.

L'autista provò a evitarlo pestando sul freno
ma non ci fu modo e lo prese in pieno.

La carrozzeria s'era accartocciata,
i cristalli erano in frantumi,
il furgo era cappottato e
l'autista lasciava due bambini, una donna e un cane.

Lui invece continuò a camminare come niente, pur senza capire in che maniera
Dio avesse pensato No, adesso voglio vedere cos'altro fa entro stasera.

sabato 8 gennaio 2011

Lo sciopero dei poeti

Il giorno in cui i poeti iniziarono lo sciopero a oltranza, in molti sottovalutarono la cosa.
Mi ricordo che misero giù le penne e incrociarono le braccia, poi scesero nelle piazze e lì scandirono i loro slogan, evitando accuratamente di declamarli in rima. Per loro era difficilissimo non esprimersi poeticamente, facevano una gran fatica.
Durante la loro protesta, poi, i poeti smisero di scendere in piazza e salirono, occupando i tetti e mettendosi tutti lì, a sedere. E giù di nuovo di slogan, di santa ragione.
All'inizio non successe nulla, non sembrava una cosa in grado di bloccare un paese. Dopo tutti quegli Ah-ah che vuoi che ce ne importi, però, le persone iniziarono a lasciarsi andare a manifestazioni di sensibilità fuori luogo, per saturazione emotiva. La gente iniziò a commuoversi in fila alla posta, o mentre guidava, fino ad avere crisi di pianto e richieste di coccole nei consigli di amministrazione di aziende di rilevanza nazionale o nei rami parlamentari.
Sui tetti, intanto, i poeti avevano smesso con gli slogan perché facevano una gran fatica dato che gli uscivano cose poetiche, per cui se ne stavano zitti e seduti sui tetti a guardare l'orizzonte. Dato che era una cosa molto poetica, si erano organizzati a dire ogni tanto qualcosa di spoetizzante, per cui poteva capitare di sentirli urlare roba tipo Cos'ha fatto il Milan? o Mi passi la chiave del 12?.
Un poeta una volta urlò Non è ancora morto il tuo cane?, ma sembrava una cosa quasi poetica, per cui fu colpito da un calamaio vuoto partito da un vicino tetto, anch'esso occupato da poeti. Per cui, si rimase principalmente sul calcio, sul ferramenta o -al limite e con molta cautela- sulle cugine zoccole.
La situazione, nel paese, andò velocemente peggiorando: le persone si scoprirono dipendenti dalla poesia e incapaci di trovare le parole giuste e il loro ritmo nel veicolare sentimenti ed immagini evocative e continuavano a scoppiare in pianti fragorosi nei momenti meno opportuni.
Il primo segnale chiaro fu il crollo del mercato dei cioccolatini. Il cantautorato si paralizzò completamente. Le mamme, disperate, presero ad addormentare i loro bambini leggendogli l'elenco del telefono (Mamma, mammina, stasera mi leggi la R?). I trasporti saltarono, il paese ben presto fu in ginocchio: smise di funzionare anche il servizio di emergenza di raccolta differenziata emotiva e furono abbandonate dagli autisti in lacrime le ecoballe di sensibilità già raccolte, che in poco tempo produssero liquami che diffondevano rimpianti e sospiri in chi ne veniva in contatto.Si temeva entrassero in contatto con le falde acquifere.
Nel nord-est, ventre produttivo del paese, iniziarono a chiudere i primi capannoni.
Lo Stato cercò di correre ai ripari e il Presidente di Tutto impose norme volte a diminuire il rischio di esposizione alla sensibilità attraverso misure draconiane, tipo il coprifuoco durante albe e tramonti o l'espresso divieto di guardare i propri bambini che dormono. Si chiuse in ufficio con i suoi esperti, anche se ogni tanto si poteva sentire qualcuno che, all'interno degli uffici, singhiozzava di brutto.
I poeti continuavano a stare sui tetti mentre giù erano tempi davvero bui: di notte degli individui senza scrupoli iniziarono a spacciare figure retoriche e qualche disperato si rovinava la salute con chiasmi tagliati male, endecasillabi di dubbissima provenienza e litoti prive di negazioni.
Il mercato nero degli enjambement fece affari d'oro.
Molti si riversarono in osterie fuori mano alla ricerca di qualche anziano a cui sfuggisse della poesia dialettale, anche poca, ma la tendenza ormai era quella di cercare qualsiasi cosa potesse dare sollievo, poesia tagliata male, rime banali, che possono uccidere tipo cuore / amore o Che fine hai fatto / ti sei sistemato / che prezzo hai pagato / che effetto ti fa / vivi ancora in provincia / ci pensi ogni tanto alle rane?// L'ultima volta ti ho visto cambiato / bevevi un amaro al bancone del bar / perchè il tempo ci sfugge / ma il segno del tempo rimane.
Intanto i poeti, sui tetti, continuavano a star lì a sedere e a dire ogni tanto cose spoetizzanti, finché uno di loro obiettò Noi ci viviamo, poeticamente. L'unica soluzione mi sembra essere che dobbiam morire. e propose che si buttassero tutti giù senza avvisare nè dir niente a nessuno. Gli altri poeti lo ascoltarono e uno commentò E' triste e bellissimo, al che tutti insorsero dicendo No, ma infatti, è troppo poetico, dovremmo lasciar perdere di morire. L'empasse si risolse con la geniale trovata di un poeta che riuscì a trovare una maniera per spoetizzare l'estremo collettivo atto proponendo Buttiamoci giù, ma in mutande. e tutti si dissero d'accordo.
Il paese era al collasso e ignaro dell'intenzione dei poeti, quando si spalancarono le porte degli uffici governativi e con gran clamore di sirene e stridore di gomme il Presidente di Tutto partì con il suo corteo di auto. I poeti iniziavano già a slacciare le cinture e calare le cerniere che il Presidente di Tutto si fece dare un megafono e, da sotto i palazzi sui cui tetti s'erano seduti i poeti, disse "Venite giù, facciamo che avete ragione voi e che vi concediamo tutto."

lunedì 13 dicembre 2010

Insalita mista

Dice No, allora è meglio che accenda i telefoni e ne trovo uno che va già bene. L'altro no, l'altro è spossato e dorme, allora lo metto in carica però in dormiveglia; il telefono in carica ha un occhio mezzo aperto e a destra nello schermetto c'è scritto Rubrica mentre a sinistra mi sembra che ci sia scritto Sbrocca, che deve essere una funzione avanzata che se pigi la combinazione seleziona tutta la rubrica e invia un sms collettivo con su scritto ma va a cagare, pure te.
Penso Che storia, diobò, meglio che riordino e ricordo che in terrazza c'è un posacenere che vomta, è una torre di Babele di mozziconi, dall'equilibrio malfermo. Prendo un sacchetto di plastica e vado in terrazza -quegli otto passi di terrazza li faccio un po' sospeso nell'aria, tipo overcraft- e agguanto il posacenere, parto indietro mentre lo svuoto nel sacchetto, due passi e mi accorgo che è caduto un mozzicone, due passi e torno dov'era il posacenere, lo appoggio, raccolgo il mozzicone e riparto. Tre passi e ricordo il posacenere e penso A-ah, che patacca; quello, ero venuto a prendere, faccio altri due passi indietro quando vedo un bambino che avrà cinque anni che mi indica dalla strada e che dice alla donna che è con lui "Guarda mamma, quel signore triste col sacchetto in mano, balla."

mercoledì 8 dicembre 2010

Porno (molto ma molto)

"Papà, cos'è il porno?"
"Eh?"
"Volevo sapere cos'è il porno."
"E'... come... tipo... Dove l'hai sentita questa parola?"
"L'ha detta uno a calcio. Cos'è?"
"E'... ...è una cosa da grandi. Una cosa che un bambino non si può gestire, ma poi quando diventa grande riesce  a gestirsela. Perché non è reale, è un aspetto esagerato di certe cose della vita dei grandi. Ecco, il porno è una esasperazione di certe cose, non rappresenta la vita reale ed è pieno di cose volgari, esibite. Hai capito?"
"Tipo... quando te e la mamma..."
"...quando io e la mamma?!"
"Tipo, mi sembra di sentire quando te e la mamma parlate del TG1."
"Ecco."

lunedì 22 novembre 2010

venerdì 19 novembre 2010

Tempi duri

Fosco faceva il cuoco. Era bravo.
Lo faceva per passione anche se era il suo lavoro.
Aprire una buona bottiglia, mettere su un po' di musica, gustare il colore di quello che avrebbe cucinato e creare l'atmosfera traquilla e incantata necessaria  al buon cucinare erano le cose quanto più possibile lontane da lui.
Fosco iniziava a bestemmiare e tirare madonne già al mercato, quando faceva la spesa, e disprezzava il rosso del pomodoro, la consistenza della bistecca e il bianco del vino in cui avrebbe sfumato le sue pietanze.
La cucina era un coacervo di malumore e acredine, dove Fosco sfogava il suo astio rumorosamente contro pentole, fornelli e ramaiole.
Fosco amava Ada, quella del guardaroba. Ada era una troia, sempre per passione.
Al momento si scopava a ragion veduta quello che parcheggiava le macchine, un paio di vicini di casa, il postino e, quand'era particolarmente annoiata, la propietaria del negozio di animali.
Fosco un giorno andò da lei con un piatto del suo famoso Minestrone Imperiale e le disse Vuoi assaggiare, sciacquetta? e lei rispose Se ti faccio una sega ti cavi dai coglioni subito?.
Lui si voltò, si avviò verso la cucina e gridò Vacca.
Si sposarono e vissero felici 37 anni.
Ebbero un figlio bravissimo con i numeri, che da piccolo voleva fare il commercialista ma poi diventò astronauta.

martedì 26 ottobre 2010

Dune

Dice che stavano lì seduti ad aspettare, col bambino che gli giocherellava intorno.

Dice che uno ha guardato quell'altro e gli ha detto Almeno qui, dai, togliti quell'asciugamano dalla testa.
Dice che quello l'ha tolto e gli ha detto Pure tu, levati quegli occhiali da sole, che qui il riflesso mica dà fastidio.

Dice che s'è tolto gli occhiali da sole e ha detto all'altro Te adesso cosa fai? Io se riesco mi avvicino a casa, che magari c'è mio nonno che mi aspetta.
Dice che quell'altro ha risposto Non lo so di preciso, ma francamente mi aspettavo più vergini.

Dice che son stati zitti un po' e che poi non si sa chi dei due ha detto all'altro Alla fine, poi, chissà chi vince.
Dice che il bambino si è fermato, li ha guardati e ha detto Noi tre, no di sicuro.

martedì 19 ottobre 2010

Blasfemia a modo

No, comunque io volevo esprimere la mia solidarietà nei confronti dello Spirito Santo.
Esso, soprattutto fra i non credenti, non se lo fila nessuno nemmanco nelle bestemmie; dove altrove è un gran proferire di Cristi, Dii e Madonne diversamente declinati, lo Spirito Santo non viene cacato del minimo striscio.
E io me lo vedo, povero, che un po' si macera, lì nell'angolo, e non se la può prendere che pure la Madonna lo surclassa anche nelle bestemmie, quella lì, che nasce ragazzina ingenua al confronto di Esso, che esiste nella trinità dal tempo del Padre e del Figlio ma che al cospetto degli altri tre fa la figura di Ringo Starr nei Beatles, di Adam Clayton negli U2 se non addirittura di Chad Channing nei Nirvana, di quello che insomma ha avuto la botta di culo di trovare il gruppo giusto.
Ogni partita persa al novantesimo, ogni colpo di gomito su uno spigolo, ogni coniuge colto in flagrante, io me lo vedo, lo Spirito Santo che spera e che invariabilmente viene deluso. Ignorato.
Una volta ci s'è andati vicino, si trattava della chiusura di delle dita in un cassetto, c'eravamo quasi, lo Spirito Santo aveva avvertito che stava per partire una bestemmia non convenzionale ma... niente, oh, niente; si preferì tirare in ballo quel fricchettone di Buddha.
Allora io vi dico, oh voi che bestemmiate: fatelo se vi pare, ma basta, basta, basta discriminazioni.
Un po' di equità, di riconoscimento, di educazione, Madonna del Cristo d'un Dio.

domenica 17 ottobre 2010

Serrature

Nell'ingresso ho questa scatolina di legno appesa al muro con un chiodo, che contiene le chiavi.
Quando la apro per prendere le chiavi che mi servono per aprire, chiudere, partire o far funzionare, il peso dello sportellino fa tutta stortare la scatolina, che sembra debba cadere da un momento all'altro.
Allora penso che la gente delle volte somiglia a quella scatolina, dato che quando si devon tirar fuori le robe che servono per aprire, chiudere, partire o far funzionare, si storta tutta e sembra che debba cadere da un momento all'altro.

giovedì 14 ottobre 2010

Patri Arca

In quel tempo Dio andò da Noè e gli disse Non va mica bene qui, adesso inondo tutto, però tu e i tuoi prendete una coppia per ogni animale, salite su un'arca grossa grossa e dopo che è finito il casino scendete e ripopolate la terra e Noè disse Va bene e si allontanò con la coda tra le sue zampe da struzzo.
Costruita l'arca grossa grossa, Noè ci fece salire i leoni con le zampe da pecora, le zanzare che nitrivano, le giraffe con le ali, le aquile con la criniera, i serpenti con il carapace e tutti tutti gli altri animali, dopodichè iniziò a piovere di santa ragione e tutto si inondò per tipo un anno.
Sull'arca grossa grossa, dopo un paio di settimane già non c'era un cazzo da fare, e allora tutti iniziarono a accoppiarsi con tutti.
Finito il casino, Dio vide scendere dall'arca grossa grossa bambini con gambe e senza coda, leoncini con zampe nuove, zanzare che zzzavano, giraffine non aeree, aquilotti quasi glabri, serpentelli indifesi e tutti tutti cuccioli di animali che mica erano più come li aveva fatti lui, allora disse Cazzo avete combinato?! Bòn, adesso rimanete così, così imparate.

martedì 12 ottobre 2010

Autocoscienza di Classe

Quindi arrivano queste mail e viene fuori che c'è una cena della classe del liceo e io son contento, anche perchè noi quando si fanno le cene della classe del liceo, alla fine ci siamo sempre quasi tutti e siamo trenta persone che comportansi e si perculano come se non si fossero mai lasciate e non esistesse il lasso in cui son accadute robe fondamentalmente poco importanti tipo lauree, matrimoni, nascite, felicità, lacrime, amici perduti o trovati, trasclochi, morti in famiglia e altre bazzeccole.
Giurerei d'aver visto gente che durante queste cene si passava il compito di latino...

...poi, dato che tutti noi della classe del liceo tra un po' si raschia il culo ai 40, tempo di bilanci, mi sorprendo a pensare che ultimamente mi son visto in un po' di foto e mi son accorto di essermi inciottito un bel po'. E poi ho una situazione lavorativa un po' complicata. Son cose che m'avrebbe messo in imbarazzo, dato che quelli della classe del liceo son in forma e di lavoro salvano vite umane, si stagliano sul panorama letterario del secolo, costruiscono dighe e ponti, difendono gli umili, abbelliscono il mondo o fan risparmiare soldi a chi li ha già...

...allora mi dico calma, mi dico, e mi metto a considerare che pure io insomma mi sarò pure inciottito ultimamente ma ho fior di motivi per giustificare il fatto che, di mio, tendo a tenere la testa alta. Nell'imbarazzo della scelta tra quali motivi di tener la testa alta voglio spingere maggiormente alla cena della classe del liceo, si contendono la palma l'aver creato una famigliuola piuttosto felice con una donna che quella li non si capisce mica come è messa inteso quasi sempre in senso positivo e il girare molto da e con amici per ciò che si scrive o si disegna...

...tale imbarazzo scema allo sciogliersi del dubbio, ah-ah!, perché poi pure i miei commensali alla cena della classe del liceo han magari fior di famigliuole e magari girano parecchio, quindi al bivio tra piccolezze come gli affetti della famiglia o la passione di scrivere o disegnare si fa strada il motivo di fierezza.
Sapete che c'è, commensali alla cena di classe del liceo? Io ho i capelli. Io ho ancora i capelli e sono ancora neri e ricciolini, avete voglia, voi magrolini, stagliarvi su panorami letterari, salvar vite, abbellire mondi...

...e poi c'è che son felice. Lo so perché son ciotto, ché io se non son felice dimagro a palla e mi saltano fuori pettorali dovuti a anni di stiracchiamenti, addominali frutto di quotidiane corpose cacche, deltoidi che non lo so ma il pistolino no, non mi varia, mica son donna che se dimagro mi si riduce la tetta, quello mi permane. Col fatto poi che faccio espressioni in tempo reale su ciò che penso, per dirla tutta, m'injhonnydippo anche un po' e non sto bene e guardo un po' torvo e così mi circondano delle donne e io me ne torno felice e via a inciottirsi...

 ...sì perché io non son inciottito, io c'ho addosso un memento della felicità, strati di souvenir di momenti belli; io vesto salsicce sarde mangiate alle quattro di notte con quegli amici, saraghine ai ferri di fronte alla spiaggia con quegli altri, pizze con quegli amici là, gulash prima di quella festa, sughi olive e salsiccia con altri amici dopo la tempesta perfetta, panbiscotto e zuppa da quegli altri là, cous cous a casa di quegli amici con gli altri, pasta al pesto modificata a casa di quell'altro amico, tagliatelle e gnocchi fritti con quegli altri amici...

...poi mi provo qualcosa da mettere alla cena della classe del liceo e non entra, così dico tipo ma vacca troia e penso che magari, se c'ho piacere di avere tanti bei ricordi, d'ora in poi faccio più fotografie.

domenica 10 ottobre 2010

Romodena

Son tipo da poco andato un giorno e tornato il giorno dopo sia da Roma che da Modena.
Per chi non maneggia il concetto "Roma", è un posto dove buttavano su imperi, acquedotti e codici giuridici mentre i miei antenati, qui, cercavano di tenere le ginocchia fuori dal fango della palude e di non prendere la malaria.
Qui era anche abbastanza sentito dai miei antenati il tema di non farsi trombare da qualche ottomano sbarcato a razziare (che poi, vedendo i miei zigomi e capelli, direi che qualche trombata ottomana a buon fine, da 'ste parti c'è stata).
Per chi non maneggia il concetto di "Modena", è un posto dove i miei antenati non si sarebbero trovati come nel posto "Roma", ma di sicuro meglio di qui, mi sa.
Comunque, da questi viaggi ho evinto molte robe miste, di cui:
  • sfoggiare portatili in treno innesca una gara in cui le regole son come quelle delle gare di virilità, però son invertite, ché vince chi ce l'ha più piccolo
  • 80 centesimi 80 per fare pipì in stazione, ti dispiace non ti scappi anche la cacca
  • io, se una signora mi parla con quell'amore di gnocchi fritti e di robe emiliane cucinate, mi trovo in una situazione pericolosa perché mi viene da limonarla
  • la statua di Leonardo da Vinci che c'è fuori dalla facoltà di Ingegneria della Sapienza, per me, in realtà raffigura un personaggio di Star Trek vecchio e con la barba
  • gli scrittori emiliani leggono con una cantilena ipnotica che te uccideresti pur di avere subito del Lambrusco
  • forse se sei seduto e ti fotografano e si fermano i gruppi a vederti, non è il caso di arringare la folla e concedere autografi, bensì di spostare il culo dal muretto con lapide "Basamento del colosso di Nerone"
  • mi voglio far tatuare addosso il concetto pignagnoliano che i dottori avevano detto a uno che se mangiava un'altra fetta di mortadella, moriva
  • la reliquia Catena di S. Pietro in Vincoli è bella ma non mi sembra il caso di esporre una catena, per quanto uno fosse bravo in salita
  • Modena sta tipo a 10km dall'appennino e non mi spiego l'acredine che nutrono nei confronti dei cinghiali
  • essere un Sociologo nell'aula di informatica di Ingegneria, sembra di essere il protagonista di "Io sono leggenda"
  •  essere un cinghiale nella val Padana sono cazzi tuoi perchè sei in campo aperto e tutto attorno c'è della gran gente che sa fare le tagliatelle
  • mi dicono "Guarda, c'è Bondi" e io faccio il pensierino che sorrido per non piangere, poi viene fuori che avevo capito male e che c'era Boldi, ma il pensierino regge lo stesso
  • se si è in macchina, astigmatici e con un sacco di sonno, ti può capitare di dire "Va' che bello quel locale con le vetrate e un sacco di gente" indicando un autobus
Comunque, si vede che quello lì è il centro del mondo.
Però pure a Roma, c'è movimento, dai.

lunedì 4 ottobre 2010

My generation

Porca puttana. M'è uscito lungo pure questo. Scusate, eh .


Due giri di lacci agli anfibi, un nodo e le calze sopra. E' fatica, con il fiato spezzato, le pulsazioni accelerate e i capelli sulla faccia.
I miei capelli arrivano al petto e sono indispensabili, perché mi proteggono. Posso avere davanti al palco anche qualche centinaio di persone, ma ho tra me e loro il mio basso e i miei capelli.
Il fruscio elettrostatico che proviene da quel golem del mio amplificatore e delle casse, a sinistra, fa sembrare che il palco russi finché noi quattro non decidiamo di svegliarlo, finchè la musica take away -che mi appare bassa e remota- che hanno messo su per cambiare dal setting del gruppo che ha suonato prima di noi al nostro non cederà il posto alla nostra musica, da consumare calda e subito.
A destra, c'è tutto. C'è la scaletta (un tipetto volubile ma che si vuol far rispettare), c'è la pedaliera degli effetti che, orizzontale e con le sue lucine al posto giusto, fa la seducente col microfono in cima all'asta che la sovrasta. Poi ci sono le casse-spia a far da scogli prima del reef della fine del palco, oltre il quale inizia la stesa di spalle e teste ora in bonaccia e che inizieranno prima a ondeggiare e poi a pogare in tempesta.
La gente, io, la gente non la guardo. Lo so già, chi c'è.
In prima fila ci sono quelli che ci vengono sempre a sentire e, dal mio lato, i bassisti giovani che baderanno le diteggiature, gli effetti e i trucchi, che mi hanno offerto da bere e da fumare, certi prima del concerto e certi che me l'offriranno dopo. In fondo o al bancone, altri gruppi e bassisti pari livello, di quelli con cui si fanno le serate a suonare nei locali, si beve e ci si consiglia nel comune tentativo di mettere un po' di Seattle in mezzo alla piadina e al vino.
Io penso Chissà dove saremo, chissà come ce lo ricorderemo, io mi sa che non ci arrivo al 2000, che mancano ancora un sacco di anni, I hope I die before I get old.
In mezzo, tanta gente. Sorrido, perché penso che se stai su un palco a far del rock al volume buono e giusto, ti puoi permettere di scorreggiare davanti a un sacco di persone e nessuno si accorgerà di nulla.
Dietro, ho la quinta e -a 2 o 3 metri dalla testa- i tre fari di diverso colore che renderanno ancora più calda la mia serata e il mio braccio destro che, appoggiato al corpo del basso, inizierà anche grazie a loro a formicolare bloccandomi progressivamente la mano, se non ho fatto gli esercizi di riscaldamento come si deve per bere altra birra.

Poi rimango inginocchiato, stacco le mani dai lacci e lo sterno dal basso e guardo davanti.
Guardo loro.

Mi guarda a sua volta -però, di tre quarti- e sorride, Petermann, con il mento alto, una mano a giocare con una bacchetta e l'altra a sbilinare con chiavette strane del charleston o dei tom. Sente la tensione, ma mi dà sicurezza. Siamo molto diversi; lui è già un uomo mentre io I hope I die before I get old e spesso non ci prendiamo come idee, ma sul palco siamo la cazzo di sezione ritmica e lo siamo da parecchio, e si sente.
Il suo colpo di rullante cade quando cade la mia ditata forte sulla corda, e assieme facciamo un muro che fa cadere i bicchieri dagli amplificatori e alzare i culi dalle sedie. E ci fidiamo di noi.


GG, nato il giorno dell'anno in cui è morto Jimi Hendrix, non mi guarda. Probabilmente -penso- perché mi ha già visto in tutte le salse, anche un sacco di volte che a colpi di troppa vita sembrava che io cercassi di I hope I die before I get old. Accorda, muove le misteriose manopoline che stanno aggrappate alla testata del suo amplificatore e calpesta il sentiero invisibile da lì alla pedaliera dei suoi effetti (disinvolta nei confronti del rispettivo microfono quanto la mia). Ci siam visti crescere e, se le birrette sono state un numero consono, siam capaci di trasformare i secondi tra pezzo e pezzo in minuti di cabaret.

Babs, che sta in piedi in mezzo a un palco, tra lei e la gente non ha niente se non la sua voce. La guardo mentre salta, cammina, si aggira consumando i secondi prima del'inizio in un' inconsapevole ed iperattiva danza propiziatoria. Dicono che sia figa, soprattutto sul palco. Io non lo so, io ci ho avuto troppo a che fare; non è più una femmina, per me, è una del gruppo. Però da come la guardano quelli sotto il palco, mi sa che quelli che dicono che sia figa c'han le loro ragioni. Poi, tra poco, tira fuori quella voce e questi qui davanti se li porta dove vuole.

Me ne sbatte il cazzo. Ho il fiato spezzato, le pulsazioni accelerate e i capelli sulla faccia. Io mi alzo in piedi a farmi schiaffeggiare dai faretti e voglio solo sentire il rullante nel petto, la cassa nella pancia, la distorsione della chitarra e la melodia delle voci, mentre cerco di restare in piedi nonostante il suono e lo spostamento d'aria prodotti dal legno che ho tra le mani e dal mio ampli.
Io voglio essere travolto dall'onda sonora distorta e smettere di pensare, voglio che succeda anche questa volta che noi quattro non si sudi ma che su 'sto cazzo di palco si brilli, io voglio I hope I die before I get old.

Si ferma la musica precotta.
Si batte quattro.
Si parte.

venerdì 1 ottobre 2010

Dicono di loro

Dicono che la Maria e Quinto si erano sposati in fretta subito dopo la guerra.
Il fronte si era fermato qui un bel po' e quindi, modestamente, si era stati bombardati di santa ragione; finita la guerra, c'era una gran voglia di vivere normalmente e un gran bisogno di bambini a cui dare i nomi di chi si voleva ricordare.
Dicono che la Maria era un donnone alto, con fianchi larghi per far figli sani e braccia grosse per tirar piadine, mentre Quinto era basso, magrolino e zoppicava pure un po' per via della gamba sgaffa.
Quinto, però, si metteva le spalle larghe delle giacche già passate dai fratelli più grandi e più robusti e così riusciva a sembrare meno mingherlino.
Dicono che la Maria e Quinto, prima di sposarsi, non si fossero mai toccati più di tanto, ché non stava bene e c'era sempre la mamma di lei in mezzo, la sera, quando facevano la veglia a casa di qualcuno; forse un bacio, quando si sono fidanzati, forse altri quando la mamma di lei faceva finta di distrarsi.
Poi si son sposati e quella notte Quinto si è spogliato al buio e ha raggiunto la Maria a letto.
Dicono che allora la Maria ha svegliato mezzo paese, urlando in dialetto a Quinto di raggiungerla subito perchè le era caduto addosso il crocifisso.


En passant, Quinto era il quarto di questi qui.