mercoledì 15 maggio 2013

Salsedine della mia salsedine.

Ho comprato un vecchio moscone ma non posso seppellire nella sabbia il peso col gancio che mi serve per mettere la doppia fune della boa. C'è alta marea.
Ho il moscone a riva e vado a chiedere a quelli della spiaggia se va bene se lo lascio lì e poi domattina alle sei, con la bassa, vado a seppellire un peso.
Mi dicono No, la bassa marea torna la settimana prossima, è inutile.
Penso Come cazzo faccio, pesa un totale, tra un'ora e mezza devo andare a prendere il piccolo a scuola e sto per chiedere di aiutarmi a tirarlo su un altro po' quando uno mi dice Ah, ma là da qualche parte, una volta, c'era già una boa. Adesso non c'è più ma ci deve essere ancora il peso e una fune sul fondo. L'usava Bertozzi, ma non l'aveva messa giù lui. E poi comunque Bertozzi è morto da tanti anni, e poi l'usava lui perché quello che l'aveva messa giù era già morto da tanti anni già quella volta.
Guardo il tipo e gli dico C'è già un peso seppellito nella sabbia, con la fune attaccata? Dove? e lui risponde Boh. A metà tra scogli e spiaggia, forse più in là. Verso la fine della scogliera, forse un po' prima.
Mi tolgo la maglietta. Grazie, vado a cercarla.
Il tipo ride e dice Ah, ma adesso non la trovi sicuro! E' nuvolo e il mare è mosso, l'acqua è torbida!
Io parto di buona lena. Ci provo, grazie! e così mi trovo con l'acqua fino alla vita a guardare le nuvole di sabbia che mi nascondono le dita dei piedi ad ogni passo. Ogni tanto fa capolino un po' di sole, mentre continuo a vagare nell'acqua muovendo col piede ogni macchia scura sul fondo, di quelle che di solito sto attento e cerco di evitare.
Penso cose stupide e me ne vergogno un po'. Del resto, sto facendo una cosa stupida, per cui va bene. Ma quando la trovo. Mezzo metro e non si vede niente. E poi, che diritto ho, di trovarla. Questo è il posto di Bertozzi, mica il mio. Bertozzi, ascolta: lo so che è posto tuo, ma sei morto, amavi il mare e nel punto che sto cercando io ci mettevi il moscone anche te. Me lo potresti anche far trovare.
Niente, cammino da cinque minuti nell'acqua mentre mi indicano anche i tedeschi dalla spiaggia.
Bertozzi, non la trovo. C'è qui la tua fune da qualche parte ma non la trovo. Mi dispiace che mi ci voglio mettere io e che te sei morto, però hai fatto uguale te. Mica l'avevi messa giù te, me l'han detto. Ti sei messo col tuo moscone nel posto di uno che amava il mare come noi, che anche lui era già morto. Potresti anche farm...
Davanti a me, sul fondo, c'è una roba. La pesto col piede, è dura. Sono funi su funi, legate tra loro e fissate sul fondo. Grazie, Bertozzi, sei un grande!
Mi guardo intorno, conto gli scogli. Conto i passi fino agli scogli. Conto i supporti ancora orfani di ombrellone, che presto saranno adottati.
Torno su di corsa e dico ai tipi della spiaggia L'ho trovata. e loro mi rispondono Pensa te!
Corro a casa, rimedio una maschera, prendo la boa e la fune. Torno a spiaggia. Ho i calzoni lunghi tutti bagnati, una boa, una fune e una maschera da bambino. I tedeschi ridono.
Mi immergo, la fune è forte e fissata bene. Grande Bertozzi e signore morto!, penso mentre sto in apnea.
Metto la mia boa e la mia doppia fune, ormeggio il moscone, corro a mettermi due panni asciutti e vado a prendere il piccolo a scuola appena in tempo.
Senti, c'è una sorpresa, ho messo giù il moscone. Però non ho fatto in tempo a cucinare, per cui direi panini e ce li andiamo a mangiare sul moscone quand'è tornato tuo fratello.
Torna anche il grande e Che sorpresa! Sì, andiamo! Come hai fatto?, mentre godo del fatto che non esistono cartoni animati e videogiochi che li possano attirare in questo momento.
Ah, c'eran già un peso e una fune, di un tal Bertozzi morto da anni che a sua volta si era attaccato dove il lavoro l'aveva fatto già un'altra persona morta da anni già quella volta, così mi hanno detto che lo potevo usare e adesso ci siamo noi.
E poi remare, e panini, e il grande che rema già come un uomo mentre il piccolo spinge forte contro i remi che sono sopra la sua testa, e ridono, e E' bellissimo babbo, peccato che non c'è la mamma. , anche se è freddo. Ci sarà presto! e torniamo a casa dopo due ore così intrisi di mare che ancora il gatto ci lecca.
Grazie Bertozzi, grazie signore morto ancora prima di Bertozzi! , penso.

Ma il moscone l'hai già messo giù? mi chiede un vecchio vicino di casa vedendomi rincasare coi remi in spalla.
Sì, dovevo pur fare quel lavoro, poi però ho trovato da ormeggiare già pronto o quasi. Dove metteva il moscone Bertozzi.
Mi risponde Ah, sì! E' giusto!
Dico Dài, secondo me, sì.
Annuisce Sì, sì, è giusto! del resto, Bertozzi aveva ormeggiato il moscone al peso e alla fune che aveva messo giù tuo nonno.


venerdì 29 marzo 2013

Il Cliente.

- Il Cliente ha sempre ragione! - disse, risoluto.
- Mi scusi, ma come fa a esserne così sicuro? I clienti sono esseri umani: non hanno sempre ragione. - oh, se c'è uno, deve sempre dire la sua.
- Sarò più specifico: i miei clienti hanno sempre ragione. - puntualizzò, orgoglioso.
- Mi sembra molto sicuro di sé. Lei cosa vende? - chiese, stupito.
- Ragione. - specificò, ri-risoluto.
- Ah! In questo caso, lei ha ragione da vendere. - concluse.
- Ha ragione anche lei, ora.
- Quanto le devo?
- Offro io.

Il neo-cliente si diresse verso l'uscita e aprì la porta ma, sulla soglia, si voltò per togliersi un ultimo dubbio.

- Mi permetta, ma dove trova tutta questa ragione, in questo paese, in questo momento storico?
- La importo dall'estero.
- Capisco.

giovedì 21 marzo 2013

Scrittura e insulti.

Ieri, fumando sul terrazzo, pensavo alla Scrittura, e chi pensa "che due coglioni" e smette di leggere qui, fa bene e io lo stimo lo stesso. Scrivendo di scrittura, ti trovi a fare Metascrittura, e tocca pensare che a un certo punto magari ti devi pur chiedere "aspetta, com'è che si usano le lineette in un dialogo?" o "come descrive la stanza o i personaggi, questo qui?" e chi smette di leggere qui fa bene lo stesso, perché l'orchite quando ancora uno ha l'età per leggere le cose scritte piccole su internet, anche no. Mi sono fermato, sul terrazzo, e mi sono chiesto se lo volevo fare davvero, se la Metascrittura non mi avrebbe poi rovinato il gusto di avere la visione generale, senza stare a smontare i meccanismi col rischio di non godersela più né in scrittura né in lettura, e chi smette di leggere qui, ha delle ragioni sacrosante e io gli vorrei dire "Tu vai bene così come sei" e dargli un'ideale pacca sulla spalla. Però poi, scrivendo sullo scrivere di Scrittura, magari ho fatto il salto alla Metametascrittura, per cui - a pensarci bene - ma vaffanculo.

venerdì 22 febbraio 2013

Sotto Zero

Io, son solo due o tre mesi che lavoro qui, all'Istituto Ibernazione Criogenica Umana. Faccio il custode notturno; passo ore a passeggiare tra le Capsule che sembrano enormi vibratori e a combattere il sonno che ti mette il fruscio elettrostatico. Allora, per restare sveglio, mi son messo a leggere le targhette applicate alle capsule. La maggior parte sono riferite a malattie: "Svegliare quando si sarà trovata una cura per questo o quello". Però ogni tanto, tra le centinaia,se ne può trovare qualcuna differente. Tipo la targhetta della 6-N3, "Svegliare quando Shakira e Piqué si saranno lasciati.", o la 3-C9, la 12-W6, la 2-F4 e altre decine: "Svegliare al decesso di Berlusconi."
La mia preferita però è la 7-D15, che è nel capannone 7, fila D e posto 15. Attorno, i posti 14 e 16, sono vuoti. Così come i 14, 15 e 16 delle file C ed E.
La targhetta recita "Svegliare quando si saranno inventati deodoranti molto -MA MOLTO- più potenti."

mercoledì 12 dicembre 2012

Ma pensa te/2

Quando ho scoperto che Marilyn Monroe nel piede sinistro aveva sei dita.

lunedì 12 novembre 2012

Ma pensa te/1

Quando ho scoperto che il logo Chupa Chups l'ha disegnato Dalì.

martedì 23 ottobre 2012

Nel dubbio

Adesso, per esempio, ad avere il moscone che sogno, bianco e azzurro, sarebbe un attimo arrivare alla boa dei duecento metri. Mettere i remi tra forcelle e i galleggianti, cercare con la mano il viscido pezzo di corda sott’acqua (…e se una mano dal mare afferra la mia e mi tira giù?) e legarci il moscone, guardare verso riva. Guardare anche verso il largo, finché non diventa troppa la vertigine dovuta alla presenza di solo mare.
Verso la riva, quella strisciolina sulla quale si affannano tutti quelli che conosco.

Non si conta mai un cazzo, soli in mezzo al mare. E’ un attimo, perdi l’equilibrio, o sbatti, o ti tuffi (tornerò su o qualcosa sta aspettando di afferrarmi?) e il moscone legato male viene irretito dalle onde e ti abbandona.
E allora sticazzi, l’acqua è fredda, i battiti accelerati, nulla conta più. Tengo i vestiti che mi appesantiscono e mi tirano giù o cerco di toglierli con movimenti che mi fanno affondare mezzo metro, forse uno, forse quei dieci centimetri di troppo?
Penserò a qualcosa di epico, di nobilissimo o mi tornerà in mente quando nella stessa situazione ma in due, fumati come delle apparenze, facevamo finta di avere paura che arrivasse un sottomarino della Finanza e che poi quando arrivava, grigio con le strisce gialle -invece- erano i Beatles?
Quando dicevamo al rumore della boa contro il galleggiante “Senti che testate che dà Di Caprio.” E ci si interrogava “Com’è che Di Caprio, morto di freddo ma coi polmoni pieni d’aria, affonda?”

Soli in mezzo al mare, non si conta mai un cazzo. Hai sotto qualcosa di talmente grosso e da rispettare che non puoi scendere a patti, sei di fronte a te stesso.
Poi altri 50 metri, dalla boa. Poi 100. Poi ancora.
Ho il baricentro basso, remo in piedi e non perdo l’equilibrio. Reggo lo sguardo verso il largo sempre più a lungo, posso domare la vertigine ogni volta qualche secondo in più.

Oppure no, d’improvviso vince lei, e devo fare una scelta.
Voltalo, chiudi gli occhi e rema forte, cieco, riguadagna il passaggio tra scogli e torna tra quelli che stanno coi piedi sulla terra più velocemente che puoi.
O arrenditi, stenditi, fatti feto e metti più pelle che puoi sul legno che ti separa dall’acqua, col rischio -che somiglia a un desiderio- di non riuscire più a alzarti.

Nel dubbio, cullami.

mercoledì 13 giugno 2012

Ah

...ho scritto questo.
E altre robe, sempre lì.
Mi piace, mi diverto.
State bene
VdG

mercoledì 16 maggio 2012

Lilla

Mio fratello si sposa. Delle volte lo fanno, i fratelli e beh, questa volta tocca al mio. Io sono andato a comprarmi un vestito. Lì al negozio ho incontrato per caso i miei nel senso di genitori mentre ero premeditatamente coi miei nel senso di moglie e figlio grande e abbiamo deciso che mio padre mi avrebbe accompagnato a casa mentre mia moglie, con mia madre e mio figlio (certo che ci sono un sacco di aggettivi possessivi, qui) avrebbero continuato a cercare vestiti. Il mio è di lino blu scuro. Allora ho osato la camicia violetta, per spezzare. "Che col grigio, son capaci tutti." pensavo mentre ero seduto in macchina di fianco a mio padre. La cravatta poi è un capolavoro di abbinamento, la cravatta ha note blu come il vestito e bande trasversali composte da sottili righe azzurre. Come sfondo, la cravatta
"Scusa un attimo -dice mio padre- lì, quel campo, è pieno di bombe. Ci stavano i nonni durante la guerra, in quella casa là. Hanno bombardato un sacco e molte bombe son cadute sulla terra già smossa e non son scoppiate. Una volta la nonna stava tornando a piedi con lo zio in braccio, era andata a prendere il latte dai vicini, son passati gli aerei e si è trovata con in un braccio lo zio che piangeva perché una scheggia di proiettile l'aveva preso di striscio e con l'altra mano stringeva il collo della bottiglia di latte rotta. Erano passati i caccia bombardando e sparando e lei e lo zio si erano trovati esattamente in mezzo a una sventagliata, senza venire colpiti dai proiettili."

Lilla. Come sfondo, la cravatta è lilla.

mercoledì 9 maggio 2012

Disturbo dissociativo di diecimila identità

Alle elementari, mi ricordo che ero pettinato con la riga e i capelli stirati anche se di mio sono parecchio ricciolino, avevo gli occhiali e mi chiamavano "Il dottorino", perché stavo combinato così ed ero il primo della classe, come da mandato genitoriale.
Mi stavo sul cazzo da solo.
Come libertà, mi sfogavo nei temi.
Poi la mia maestra ha convocato mia madre e le ha chiesto se per favore potevo fare qualche testo libero o componimento più serio e/o canonico.
Di lì, un fiorire di "il mio compagno di banco è simpatico e veste sportivo..." e "la mia mamma è magra e sempre elegante...".
Delle medie non ricordo nulla perché ho una psiche piuttosto funzionale, ma scrivevo quello che si aspettavano e gli andava bene.
Al liceo, qualsiasi cosa scrivessi passava in secondo piano perché portavo la camicia fuori e guardavo fisso fuori dalla finestra. In effetti, quando mi distraevo dal portare la camicia fuori e guardare fisso fuori dalla finestra, iniziavo a fare un casino che non agevolava né la tranquillità della classe né la didattica. La didattica, quella troia.
All'università, non si scriveva, si leggeva.
Mi son stagliato sul panorama letterario di internet qualche anno fa, partendo con lo scegliere, a mo’ di dichiarazione di intenti sulla mia intera produzione, un nick quasi illeggibile.
Adesso, m'han detto tipo "Vuoi scrivere qui, con questi qui?" e io ho detto "Orca boia!" e allora ecco, oh miei 5 lettori!, mi ci trovate assieme a Azael, Coqbaroque, Demerzelev, Giggi, Lowerome, Mix, Spaam, Waxen e Woland, in una rubrica che si chiama I monologhi della Latrina, che mi sembrava un titolo elegante.

Il posto si chiama Diecimila.me.

Vi prego, qualcuno lo faccia sapere alla mia maestra delle elementari.

giovedì 26 aprile 2012

Va là, tugnino

Allora, ieri era il 25 Aprile anche a Rimini, dove abbiamo una piazza che si chiama Piazza Tre Martiri.
L'anno scorso avevo avuto la botta di culo di partecipare un pochino a scrivere questo libro, e ieri  un contrabbassista , in occasione di questo e con dietro delle ragazze che poi avrebbero cantato, ha preso un microfono e ha letto quello che ho scritto l'anno scorso, non lontano dalla piazza che abbiamo noi a Rimini, quella che si chiama Piazza Tre Martiri.
Quando il contrabbassista è partito a leggere e mi son reso conto, in una frazione di secondo m'è partito un caldo dentro che s'è spalmato contro le mie pareti interne e mi sono sentito come spostato di mezzo metro indietro.
Devo anche aver spalancato gli occhi, mi sa che non ero un bello spettacolo, da vedere.
Il pezzo era questo qui


Va là, tugnino
 
Va là, tugnino. Te non ce l’hai, questa fortuna.
Te, ti tocca morire lontano da casa, che tra un po’ arrivano gli americani. Oppure ti va peggio e ti tocca vivere e ricordarti cosa ci hai fatto.
Tugnino, ma te, lo senti quest’odore? Questo è il mio mare, non è il tuo. E’ il motivo per cui sono scappato da quel treno su cui mi avevi caricato quando m’avete preso la prima volta e son comunque tornato qui a battermi; è la salsedine che a noi, qui, ci scorre nel sangue.
Non ce l’hai questa fortuna, te, tugnino.
Te per mettere i piedi nel mio mare ti devi togliere gli scarponi e per fare il bagno ti tocca appoggiare il fucile, io quelle onde le ho assaggiate che ero bambino e come ora c’erano dei gabbiani che cantavano di gioia perché li teneva su il vento.
Te li senti, tugnino? Ce la fai, a staccare le orecchie dagli ordini che ti urlano e dai rumori che ti sembrano minacciosi o non ce l’hai, ‘sta fortuna?
Io quando ho dato dei baci avevo i piedi nella sabbia ed era agosto, come ora.
Quindi appendimi in alto in alto, tugnino, che voglio arrivare a vedere il mio mare anche dalla piazza. La sabbia e il mare si mangiano anche le corazze dei granchi, e le fanno diventare sabbia e mare; succederà così anche a me.
Va là, tugnino. Te non ce l’hai, questa fortuna.





“Tugnino”, in romagnolo “tugnìn”, significa “tedesco”.

Così –il 16 agosto- morì Luigi, che era stato catturato dai nazifascisti, assieme a Mario e Adelio. Imprigionati e torturati, non rivelarono i nomi dei loro compagni. L'impalcatura della forca era ancora lì quando –il 21 settembre- la città fu liberata.
L’esecuzione dei tre partigiani fu annunciata da un manifesto firmato dal capo del fascio. Qualcuno, tempo dopo, scrisse “Tutta l'acqua passata sotto il ponte di Tiberio non basterà a lavare l'infamia.

sabato 14 aprile 2012

La Polena

Per essere un capitano, è ancora giovane, ha sete fresca di cicatrici e tesori, ma ne ha visti parecchi, di abbordaggi.
Gli altri si dividono in quelli che raccontano quanto sono cattivi, mostrando la palla di vetro che hanno sotto la benda o la gamba di sedia che hanno dal ginocchio in giù, e quelli che stanno zitti e lo vedi anche solo da come si arrotolano le maniche o camminano sul ponte, che sono cattivi.
L'acqua salmastra portata dal vento schiaffeggia tutti, democratica.
Chi ha un ferro nella pancia o un proiettile col suo nome scritto sopra già al prossimo assalto, chi verrà impiccato, chi finirà in acqua per le allucinazioni da febbre, chi avrà la fortuna di avere un pubblico sotto la forca e anche quelli che a un certo punto smetteranno di sentirsi chiamati dalle sirene e apriranno un bordello in qualche porto.
La polena è come sempre l'unica donna.
Fa quello che deve fare, guarda il mare e rompe le onde, procace.
E anche di più.
Noi non ce lo diciamo, ma ce lo vediamo negli occhi, ogni volta in quelli di chi ha fatto il turno di notte. La polena le onde le sa a memoria, e allora s'annoia e guarda il mare dentro, quello che ha sotto e quello che ha dentro chi è al timone.
E la sentiamo, di notte, come un sussurro tra le onde, un sibilo tra i rumori del legno, parole in mezzo al flautare dei bordi delle vele che scodano.
Noi non ne parliamo, non lo sappiamo se parla così tanto a tutti, noi siamo cattivi e non abbiamo paure.

"Forse hai davvero sbagliato di qualche grado. Forse ho davvero di fronte degli scogli."

"Prima o poi se ne accorgeranno, di come li guardi il mozzo mentre si lava."

"Giurerei che quella botte in cui ho sbattuto veniva da un galeone della marina militare spagnola."

"Posso vederlo anche ora che è notte. Stai pisciando sangue."

"Qui sotto ce ne sono 27, come te. I loro corpi sono ancora nello scafo poggiato sul fondo."

"Siamo in mare da tre mesi. No, lei non ti aspetterà."

La polena, ogni tanto, ride di noi con la luna.
La polena è l'unica donna, non sta mai zitta.

mercoledì 21 marzo 2012

Grézia ad tòt (Grazie di tutto)

"... e' mér... d'aquasò l'è sultènt una róiga lónga e bló."

"...il mare... da quassù è soltanto una riga lunga e blu." 
 (Tonino Guerra)


Quand cl'ho savù, cl'è mort,
am steva magnènd e spezatoin
c'u m'ha fat la mi ma.
Da par me, parché e mircli a mezdé
la mi moi e i burdél li gn'é.
"Vigliaca, sl'è saléd" a ho pansé.
Pò, am so incort ch'a pianziva te piat.

Quando l'ho saputo, che è morto,
mi stavo mangiando lo spezzatino
che mi ha fatto mia mamma.
Da solo, perché il mercoledì a pranzo
mia moglie e i bambini non ci sono.
"Osta, quant'è salato" ho pensato.
Poi, mi sono accorto che piangevo nel piatto.

domenica 4 marzo 2012

Ti voglio spudorata

Io lavoro e al piano sopra c'è questa signora che ha quasi cent'anni.
Le si blocca la caldaia, viene giù e telefoniamo assieme a chi si deve.
Deve cambiare una lampadina, vado su, piglio la scala e la cambio.
Mi dice Cosa ti devo? e io Ma si figuri e dice Ci hai messo del tempo
Hai chiuso il negozio e io Non si preoccupi, poi mi manda
gli auguri di Natale con una scrittura che capisco a Febbraio e
dopo aver chiesto anche al barbiere, secondo lui, da chi provengono.
Ogni tanto viene giù ma da lontano non mi saluta,
poi mi riconosce e allora sì.
Ieri con dei clienti che la conoscono scherzavo sulla sua longevità.
"Uno, a quell'età, di cosa muore? Muore di pudore, muore."
questa me la gioco sempre, sdrammatizza e funziona, e
qui in paese ultimamente è morta gente giovane.
Ieri sera quand'ho chiuso c'eran delle luci blu che lampeggiavano,
oggi anche casa sua è chiusa.
Se potesse essere spudorata un altro po', sarei contento, volevo dire.

giovedì 23 febbraio 2012

Salvate il soldato Landmesser

Voi, con cosa pensavate di giocare?
Perché è la mia vita e altre vite come la mia, che avete distrutto.
Voi, non so, ma io era l'unica vita che avevo.
E la volevo passare con Lei, che avete mandato a morire.
Avete ancora una famiglia?
Io ho due bambine, ma non lo so dove sono e come stanno.
Voi mi avevate trovato un lavoro.
Ma io non vi salutavo, di fronte alle armi che mi costringevate a costruire.
Voi, allora, mi avete mandato a combattere la vostra guerra.
Mai io ho combattuto la mia, e voi non ci potevate fare nulla, perché avevo un'ottima mira.
Sempre almeno due metri sopra a dove mi dicevate di mirare, sparavo.
Morire così, sapendo che erano quelli come me a restituire grandezza al mio popolo.

Il vostro nome è ricordato con onore?
Il mio, sì.

August

martedì 17 gennaio 2012

2012

bòn, vado in tanatosi. ci si sente quando ci si sente, ciao

domenica 25 dicembre 2011

Una novella di Natale apparentemente triste

Questa l'ho scritta ascoltando questa perché questo mi ha detto che mentre la sentiva si immaginava me che scrivevo, allora ecco qua. Se avete voglia di ascoltarla mentre leggete, mi fa piacere.


La vigilia di Natale, un bambino di circa quattro o cinque anni mise qualche biscotto in un piattino e lo pose con cura di fianco ad una tazza di latte, che aveva già preparato sul tavolino di fianco all'albero.
Baciò sua madre e suo padre e andò a letto, tutto eccitato.
Quando finalmente il bambino ebbe preso sonno, il padre mise il suo regalo sotto l'albero, mangiò i biscotti e bevve il latte. Poi andò in terrazzo a fumare l'ultima sigaretta prima di andare a dormire e, rientrando, gli cadde dalla tasca del cappotto un fazzolettino di carta stropicciato.
Il padre si accorse del fazzolettino di carta mentre -toltosi il cappotto- spegneva le luci dell'albero, lo raccolse e lo appoggiò distrattamente sul tavolino.
La mattina dopo, la voce entusiasta del bambino svegliò i genitori. Il bambino indicava il regalo, il piattino e la tazza vuoti e il fazzoletto di carta: era inequivocabile che Babbo Natale era stato in quella casa, quella notte.
"Papà! Ha mangiato e bevuto! E in quel fazzoletto ci sono le sue caccole!"
"Mh..."
"Papà! Babbo Natale è stato qui a portarmi un regalo -perché sono buono- e ha mangiato i biscotti, bevuto il latte e si è soffiato il naso! Era molto freddo, stanotte!"
"Certo figlio mio, è andata sicuramente così."
Il bambino ripose con cura il fazzoletto.
Il padre, il giorno dopo, ebbe un incidente andando al lavoro, e morì.
Il bambino conservò il fazzoletto con le caccole di Babbo Natale e nessuno osò mai dirgli che una delle ultime cose che aveva fatto suo padre era stato mentirgli.
Portò il fazzoletto attraverso gli anni, continuando a credere contro ogni evidenza che questo custodisse le caccole di Babbo Natale.
Ci credeva così completamente e fortemente che, trent'anni dopo quella mattina di Natale, riuscì a venderlo a un miliardario russo per 47 milioni di euro.
Buon Natale.

venerdì 18 novembre 2011

Principi di Fisica Pseudoscatologica

Quando fa freddo, il respiro che esce fa quella nebbiolina, vaporizzando in quanto più caldo dell'aria esterna. Io ho sempre avuto paura, camminando per strada, ad emettere peti silenti -tipo gli apache1- perchè mi aspetto sempre che facciano la nebbiolina pure loro.

1= In "Come ti sbatto un'ora di matematica in terza media" (Rimini, 1985), Bartolini-Vannini classificavano i peti in "Apache" (silenti e spesso letali), "Caballero" (fragorosi, grassi e ridanciani, non di rado di pericolosità olfattiva medio-bassa) e "Cucaracha" (di livello acustivo comparabile ai "Caballero", sono molto pericolosi per gli astanti ma soprattutto per l'esecutore il quale -prima di cimentarvisi- deve sempre sincerarsi di avere dei servizi igienici molto ma molto vicini).
A tale classificazione, in "Come ti sbatto un'ora di statistica al primo anno di università" (Urbino, 1992), Vannini avrebbe poi aggiunto i "Prince Albert" (detti più comunemente "Berto" e sottoclassificati "Berto da per lui" [singola emissione, di variabile pericolosità olfattiva ma caratterizzati da una sonorità di tono baritonale a crescere] e "Berto in fila indiana" [serie di "Berto", tipica di movimenti eseguiti dall'emittente quali salire le scale o camminare a passo medio-veloce]) e, nelle seguenti edizioni, "Sibilla" (dalla sonorità medio-bassa ma improntata su un continuo o quasi impercettibilmente e brevemente interrotto tono alto, lascia spesso nell'esecutore un senso di incompiutezza. Può dunque succedere che l'emittente si segga su spigoli o comprima forzatamente le natiche assumendo a sua insaputa un atteggiamento marziale quantomeno fuori luogo).
L'epistemologia della materia annovera anche classificazioni basate sulla durata di suoni e/o emissioni, ma la comunità scientifica considera ormai superate tali prospettive.
L'applicazione della materia comprende inoltre due tipi di approcci che è utile e doveroso citare brevemente: l'approccio Inferenziale ("Se si sente qualcosa, sarà stata sicuramente 'sta vecchia che non s'è accorta che son qui." o anche "Siam solo in due in questo ascensore, se mi lascio andare questo qui capisce subito che sono stato io.") e l'approccio Deduttivo ("Chi se ne accorge prima, vuol dire che l'ha fatta lui" o anche "Siam solo in due in questo cazzo di ascensore e questo fetente di fronte a me ha tirato una ranfa2 che mi son venute le lacrime agli occhi.")

2= Anche con dicitura "...ha emesso un apache", qualora l'esempio congetturi la presenza di un esperto in materia.

martedì 8 novembre 2011

Grazie (davvero, grazie mille!)

Mi scuso per aver scritto questa cosa lunga, ma qui si parla dei fondamentali dell'autopercezione del valore di un uomo.

Qui, tutti hanno un cognome dialettale, che definisce qualche caratteristica della gènia.
Di molti, conosco solo il cognome dialettale e non quello vero, per dire.
Il cognome dialettale della mia famiglia è "Faltòt", che vuol dire "quelli che sanno fare un po' di tutto", e si riferisce al fatto che manualmente la mandiamo parecchio.
Almeno, i miei parenti di sicuro la mandano parecchio.
Mio nonno faceva il factotum nella tenuta di dei conti che venivano oltre da non mi ricordo dove nella loro residenza estiva.
Mio padre e mio zio sono in grado di aggiustare un motore, una caldaia, una lavastoviglie, una lavatrice o un qualsivoglia mentre fanno il cemento per coprire le tracce dove hanno messo un nuovo impianto idraulico o elettrico, mettendo in opera un pavimento in piastrelle mentre saldano un pezzo di ferro lavorato a misura e prendendosi una pausa durante la quale installano un citofono o costruiscono un mobiletto per gli attrezzi, piuttosto che buttare su un controsoffito o una parete in cartongesso.
Se hanno le vene occluse, secondo il dottore è colesterolo, ma secondo me è stucco.
Poi, mio zio -ex ferroviere- eccelle nell'elettrotecnica mentre mio padre -ex bancario- nella falegnameria.
Gente che guarda come uno spreco di carta i manuali di istruzioni contenuti in qualsiasi elettrodomestico e kit di montaggio.
Io son sempre stato trattato con un po' di sufficienza come uno con poca manualità, perché son appena in grado di imbiancare e decorare, stendere intonaci, mettere il parquet finto di Ikea a casa mia, smontare e rimontare sanitari, costruire porticati e -al limite- mettere su un paio di mensole o sistemare prese elettriche.
Non ho mai voluto una macchina grossa, ma ho avuto una maestosa erezione nel momento in cui ho realizzato che possedevo contemporaneamte il mio trapano personale, il mio kit di cacciaviti personale e la mia nuova fiammante  e personalissima scala in alluminio.
Ho un avvita-svita che si chiama Berenice cui ho confidato segreti che neanche ai miei migliori amici.
Quando inizi un lavoro, di solito metti in conto che il lavoro triplichi.
Per me la cosa è sempre stata un po' una rottura di maroni, mentre penso che per altri in famiglia sia quasi fonte di piacere sessuale.
Se si spostano due mobili e tre mensole, di solito ci si trova a dover rifare anche un po' l'intonaco e -già che ci sei- dai un'imbiancata e metti a posto un paio di prese elettriche; io lo chiamo il "Principio di Esponenzialità del Lavoretto".
Poi è arrivato Alberto. Alberto abita a 50 metri da casa mia, sopra il mio negozio; gli vedo i terrazzi. Quando lavoravo di edilizia leggera e pesante in negozio mi ronzava sempre attorno e diceva la sua, come facevano altri passanti. Se a questo assommiamo che il mio negozio è di fianco a un barbiere, lavorare lì era il corrispondente in tuta da imbianchino di giocare a tresette al bar, con dietro e di fianco dieci vecchietti che quando tocchi la carta sbagliata sospirano, tirano su col naso o imprecano preventivamente.
(una volta ho toccato una carta della cricca di bastoni mentre dovevo giocare spade e penso di aver fatto ingoiare un paio di dentiere)
Alberto, un mesetto fa, ha smontato le sue finestre di legno per carteggiarle e ridipingerle.
Alberto aveva un piano ferreo e studiato, che recitava "carteggiatura - stesura impregnante e colore - rimontaggio degli infissi".
In culo al "Principio di Esponenzialità del Lavoretto", ho scoperto che Alberto non ne è conscio, ma lavora per principio inversamente proporzionale: tre settimane fa ha detto serenamente "E' fatica davvero" e ha deciso di dare il colore solo sul lato visibile esternamente, due settimane fa ha detto tranquillamente "Carteggiando ho fatto crepare i vetri, però poco." e ha deciso di rivestirli di pellicola trasparente e rimetterli su così come erano, una settimana fa ha detto seraficamente "Non è che ti rimane del silicone?" ma non ha voluto dirmi a cosa gli serviva.
Poi è andato, felice e tranquillo, a fare un giro in autobus.
Lavora utilizzando il "Principio di Riduzione dell'Obiettivo"; ieri guardavo quei cavalletti e quelle finestre smontate, sul suo terrazzo, e mi sa che il piano ora è "sperare che il bel tempo tenga e riportare in casa le finestre rotte prendendo meno botte possibile dalla moglie".

Allora volevo dire "Grazie Alberto (davvero, grazie mille)!"